venerdì 2 ottobre 2015

PESCI LIBERI, ACQUARI VUOTI






Il  recente dibattito sull’opportunità di aprire un nuovo acquario, questa volta a Cagliari, ipotesi per ora osteggiata, ma non del tutto accantonata, nonché i lavori in corso per quello megagaattico nella zona Eur di Roma sono l’occasione per alcune riflessioni sugli acquari e i loro inquilini, acquari presenti in gran numero sul territorio nazionale: dal più antico, che è quello di Napoli, al più celebrato, quello di Genova, inaugurato nel 1992 con la benedizione architettonica di Renzo Piano, e divenuto  indiscusso polo d’attrazione della città, meta turistica, occasione di gite, soprattutto scolastiche, ma non solo.
Gli animali, ospitati secondo la terminologia in uso, imprigionati secondo un approccio più rispettoso della realtà che passa anche da  un uso più corretto del linguaggio, possono essere i più disparati: pesci marini, pesci d’acqua dolce, animali provenienti da foreste pluviali, squali, delfini, tartarughe, foche, pinguini, anfibi, rettili.

martedì 1 settembre 2015

La vivisezione di Ignazio Marino

 Ignazio Marino di nuovo in  Italia? Vale   la pena ricordare il passato di cui è orgoglioso, con un suo articolo apparso sull'Espresso e la mia replica, rimasta senza risposta.


Non c'è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perchè della loro morte, Elsa Morante.
Gent. Senatore Marino,
in merito al suo intervento “Diciamo grazie a un babbuino” a cui l’Espresso ha ritenuto di dare tanto spazio, evito di entrare nel  merito delle sue affermazioni scientifiche,  per le quali non ho titoli, ma su cui ho comunque informazioni diverse sulla base delle tesi, opposte alle sue, di medici e biologi antivisezionisti  e autorevoli riviste scientifiche che, con argomentazioni incalzanti, definiscono
“falsa scienza” la vivisezione. 
Mi permetto invece alcune osservazioni di tipo etico, che non solo non prescindono dal rispetto che è dovuto alla sua persona per la forza di altre battaglie, ma a questo si appellano. Proprio sulla base di posizioni forti da lei assunte in altri campi, risulta in primo luogo incomprensibile il suo passivo  riferimento alle regole internazionali (“Rigorose regole internazionali vietano….”): in altre situazioni  lei sostiene che, quando le regole sono sbagliate, vanno combattute, non accettate come dogmi. Il principio di autorità non può essere invocato o attaccato a seconda dell’utilità che ne deriva alle proprie tesi.
Sorprendenti sono poi le  sue argomentazioni del tipo abbiamo percorso una strada sbagliata (alias: abbiamo ucciso un numero che preferiamo non precisare di animali) ma non rinnego nulla: non rinnega nulla??? Non crede che la leggerezza di cui si circonda esentandosi da sensi di colpa, l’ assenza di una adeguata riflessione critica sugli errori commessi, la serena indifferenza al dolore sordo e senza remissione degli animali  sia un ulteriore insulto al male che loro hanno dovuto subire?
E davvero è consono alla sua natura, quella della comunicazione diretta e franca che in altre occasioni ha mostrato,  parlare di “sacrificio” animale? Non crede sia solo auto difensivo attribuire un alone di sacralità all’uso di animali sottoposti ai peggiori tormenti immaginabili da parte di persone incuranti della loro sofferenza, della loro impotenza, dei loro disperati tentativi di sottrarsi a ciò che nessuno potrebbe sopportare? Che cosa c’è di sacro in tutto questo? Sacrificio è  parola davvero inidonea: e visto che chiamare le cose con il loro nome è doveroso se non si vuole mistificare la realtà, vale credo la pena di ricorrere a  termini più corretti: suggerirei tortura.
E che dire di quell’”eppure”, in grado di ribaltare una tesi “Il rispetto per ogni essere vivente è un dovere, EPPURE i test su animali….”: quindi basta una presunta necessità per scardinare un principio etico fondamentale: è questo quello che pensa?
Ancora: a proposito delle sue argomentazioni sulla perdita del lavoro che sarebbe indotta dallo smantellamento dei laboratori: per analogia si sentirebbe di osteggiare la sospensione della produzione di armi (industria italiana dal grande indotto) dal momento che  potrebbe avere analoghe conseguenze?
Quando passa al contrattacco accusando di mancanza di coerenza chi si oppone alla vivisezione senza abbracciare un’alimentazione vegana, ha di certo ragione: di questo ognuno deve rispondere  a se stesso e prima ancora agli animali che non si astiene dal mangiare: la strada è aperta e le speranze crescono per il diffondersi di una sensibilità nuova. Ciò non toglie che un’argomentazione che ha in sé la sua giustificazione non perde rilevanza a causa della possibile incoerenza di chi la sostiene.
Un pietoso velo di silenzio vale la pena di stendere, poi, su quella percentuale dell’86% di italiani che lei riconosce  contrari alla vivisezione: non è quello della maggioranza il principio cardine della democrazia che i politici dovrebbero rispettare?!?
In sintesi, senatore Marino, qualunque etica che si fermi ai confini dell’umano è a mio avviso incompleta, povera, insufficiente a definirci come rispettosi degli altri.  Non diciamo perciò grazie al babbuino che lei ha ucciso: prostriamoci se mai, per quello che può servire, a chiedergli scusa. Annamaria Manzoni

mercoledì 15 luglio 2015

COCCODRILLI, non CROCOBURGER




      “Cinturini” li chiamano i lavoratori e i dirigenti che si occupano dell’uccisione dei coccodrilli: “cinturini” perché in loro è questo che vedono, il prodotto della loro trasformazione in oggetti di consumo, tanto pregiati quanto inutili. Niente di nuovo sotto il sole: agli animali, quale che sia la specie di appartenenza, viene negata la natura di esseri viventi, senzienti, sofferenti, belli e speciali come ogni animale è. Il processo di reificazione comincia subito, molto prima che siano uccisi perché è proprio questo il modo per procedere con noncuranza alla loro eliminazione: non bisogna vedere  quello che sono, ma quello che, grazie a noi, diventeranno. Il linguaggio non è certo neutro né casuale, che anzi  dà forma al pensiero: loro sono borse, cinture, scarpe, valigie per umani ingordi di lusso e mai sazi: ma parlare di “cinturini” fa di più, perché è termine funzionale al  processo di offesa e denigrazione; grandi e forti quali sono, minacciosi persino, originali nell’aspetto così peculiare, non solo vengono ridotti e mistificati in oggetto, ma l’oggetto deve essere piccolo, irrisorio, antitesi alla loro imponenza.

sabato 23 maggio 2015

CIBO E PSICHE




Se il veganesimo sia progetto di vita, splendida utopia, o solo atto di disperata denuncia è la nostra mente a pensarlo e saranno i giorni di un lontano futuro a decretarlo.
Di certo l’ideale di un mondo nuovo, capace di vedere tutti gli animali affrancati dall’asservimento e dal dolore, non può che incentrarsi prima di tutto e sopra tutto sul cibo: perché è intorno ad esso che si accumula la massima parte del  nostro personale e diretto apporto alla grande questione degli animali. Animali che mangiamo, disinteressandoci del prezzo di sofferenza che imponiamo loro, minimizzandolo o negandolo, se mai giustificandolo come imprescindibile, sempre assolvendoci. Anime belle quali siamo, al di là delle tante parole di amore per gli animali, a tavola diventiamo tanto spesso corresponsabili di una crudeltà da cui pure ci affermiamo e ci consideriamo lontani anni luce.
Focalizzando  il problema della violenza sugli animali non umani sul “mangiar carne”, si va diritti al cuore della questione perché grandissima parte di tale violenza non è agita da persone sadiche e  malvagie, ma è consentita e supportata da quelle “normali”, per bene, che con il proprio stile di vita, e quindi anche la propria alimentazione, sono la causa del martirio quotidiano di uno sconfinato numero di loro. Il  mangiar carne è chiaro esempio di quella banalità del male,  che proprio in quanto banale viene accettata nella sua pretesa normalità, disconosciuta nella sua portata e nelle sue conseguenze.

lunedì 9 marzo 2015

Dalla parte delle donne e degli altri animali





Che siano le donne molto più degli uomini a preoccuparsi delle sofferenze degli altri animali non è solo un luogo comune, perché vi sono  molte argomentazioni a supporto di questa asserzione. Si può cominciare dal fatto  che  il 70% dei vegetariani (i vegani sono conteggiati nel numero)  secondo stime generalmente accreditate per quanto inevitabilmente imprecise, sarebbero donne: bisogna considerare che si tratta di una scelta alimentare fatta sulla base di considerazioni di tipo etico,  volta ad astenersi da qualsivoglia violenza anche indiretta contro gli animali; chi infatti si muove sulla scorta di  motivazioni ecologiche o salutiste arriva al più  ad  una riduzione del consumo di carne, non alla sua abolizione, tanto meno all’eliminazione di tutti i prodotti di origine animale, che abbisogna di motivazioni ben più forti. Non è certo un caso che gli uomini giustifichino in genere la loro non adesione ad un’alimentazione vegetariana  proprio con l’argomentazione che i cibi vegetariani sarebbero “da donna”, vale a dire anemici,  non vigorosi, inadatti alla loro virilità. E così non solo non si impegnano a modificare uno stile di vita basato su un del tutto deresponsabilizzato piacere del palato, ma  nobilitano la loro pigra adesione allo status quo attraverso una autoassolutoria  svalutazione delle ben più consapevoli scelte femminili.

Da sottolineare  poi il fatto che  il 90 % delle segnalazioni di maltrattamenti di animali, che giungono ai centralini delle associazioni animaliste, provengono  da  donne; il chè significa che gli uomini applicano un filtro percettivo alla loro vista che permette loro di non dare accesso ad immagini o episodi di animali sottoposti a sofferenze, oppure che spettacoli di questo tipo non mobilitano in loro una conseguente reazione di indignata difesa del più debole, da cui evidentemente si ritengono esentati.

Degno di nota è anche il fatto che appartenenti al genere femminile sono tradizionalmente le gattare, vale a dire quelle persone che si occupano di gatti randagi, procurando loro cibo e acqua e cercando di metterli al sicuro dai frequenti maltrattamenti a cui sono esposti: lo fanno in genere a prezzo di un sacrificio personale tutt’altro che trascurabile, assicurando la propria opera che trasformano in dovere quotidiano, indifferenti alle  condizioni del tempo o al proprio stato di salute. Fondamentale la considerazione che  ciò avviene in assenza di aspettative di riconoscenza che non siano le fusa dei mici in questione e in assenza altresì di intenti appropriativi, attente come sono a rispettare e salvaguardare le abitudini e la libertà di questi animali: semplicemente raccolgono una richiesta di aiuto che proviene da esseri indifesi, eterni bambini in cerca di cibo. Come se ciò non bastasse, la loro figura non ha mai goduto neppure di quella considerazione sociale che potrebbe essere sufficiente ricompensa a tanto impegno; anzi: l’immagine della gattara è sempre stata fortemente stigmatizzata e svalutata da parte degli uomini, che ne hanno messo in risalto difetti e presunte manchevolezze, ne hanno ridicolizzato l’aspetto trasandato, spesso conseguenza stessa della abnegazione che mettono nella cura dei gatti. Bene afferma Adriano Sofri,in un suo articolo apparso su “Psicologia contemporanea”, che se Antigone rinascesse oggi sarebbe una gattara, riferendosi all’eroina della tragedia di Sofocle, che, avendo  disubbidito alla proibizione del  re Creonte di dare sepoltura al fratello Polinice, chiamata a darne conto, dichiara che la sua obbedienza è alle leggi sacre, quelle non scritte, quelle degli dei, che sono le leggi della pietà, che  inducono a compiere un dovere ben più alto di quello sancito dagli uomini.

Insomma, che siano le donne ad avere una maggiore sensibilità per i bisogni e per le sofferenze degli animali è un fatto incontestabile, espressione di atteggiamenti e comportamenti che tendono all’etica della cura, dell’anteporre ai propri bisogni quelli degli altri, che si tratti di bambini, vecchi, malati o appunto animali, con atteggiamenti che rovesciano  quelli basati sulla  violenza e l’aggressività, molto più diffuse nel genere maschile: sono gli uomini, infatti, i maggiori protagonisti delle cronache più violente, gli esecutori dei maggiori crimini, gli inquilini privilegiati delle carceri, sono loro i toreri, i cacciatori, i macellai, sono loro che si lasciano sedurre dal fascino oscuro delle guerre.

Di certo non si può a buon diritto sostenere che le donne siano esenti da tratti caratteriali che trovano nella violenza il loro modo di estrinsecazione; ma è utile riflettere sul fatto che esiste una  risorsa che più di ogni altra si oppone al fare del male: si tratta dell’empatia,  di quella capacità, cioè, che permette di mettersi dal punto di vista dell’altro, di calarsi nei suoi panni per capirlo non solo in base a delle valutazioni razionali, ma sperimentando su di sé le sue emozioni. L’empatia e quella sua estensione, riferita alla capacità di condividere la sofferenza degli altri, che è la compassione, sono declinate soprattutto al  femminile. Lo sostiene un luogo comune, che vuole le donne più facilmente coinvolte con la propria sensibilità nelle sofferenze altrui, e lo confermano test ed indagini specifiche:  per esempio l’osservazione di visi che manifestano emozioni, sia positive che negative, procura nelle donne molto più che negli uomini una risposta di  contrazione degli stessi muscoli del viso, che è il segnale fisiologico  del rispecchiamento psicologico della stessa emozione. In altri termini: le emozioni sperimentate dagli altri trovano risonanza in chi le osserva e le percepisce come se fossero proprie.

Forse curioso sottolineare che una malattia psichiatrica quale l’autismo, basata sulla totale mancanza di empatia, è diffusa in modo molto più marcato tra gli uomini che non tra le donne.

Insomma: che le donne siano più empatiche è facilmente dimostrabile; sul perché, molti sarebbero gli approfondimenti necessari, che partono dalla considerazione che  di sicuro l’empatia è fondamentale nel rapporto con i bambini, la cui cura nelle prime fasi della vita è affidata essenzialmente a donne; il chè può indurre a pensare ad una sorta di selezione naturale, perché i bambini di madri empatiche probabilmente nel corso dell’evoluzione hanno avuto maggiori probabilità di sopravvivere che non i figli di madri  incapaci di rispondere ai loro bisogni.

L’empatia è fondamentale nelle relazioni umane, ma è innegabile che, in dosi massicce,  sia fonte di stress perché “mangia le risorse”,  destinate ad una risposta basata sul  prendersi cura degli altri e distolta dall’affermazione di sé, affermazione invece perseguita con molto maggiore decisione dall’universo maschile, tanto amante di quel potere che per affermarsi necessita di aggressività e assertività.

E’ fondamentale sottolineare che la presenza dell’empatia, che spesso gli uomini tendono a svalutare come elemento di debolezza e fragilità, è al contrario fonte di un surplus di intelligenza, proprio perché questa ha bisogno di nutrirsi anche di emotività, essendo  le emozioni non un ostacolo ma un facilitatore delle  altre attività cognitive. Di fatto l’intelligenza femminile, non certo  inferiore, è  invece diversa da quella maschile: quanto quella maschile è analitica, logica, deduttiva, tanto quella femminile è sintetica, intuitiva, induttiva. Il pensiero maschile analizza progressivamente, quello femminile parte dalla contemplazione dell’insieme, assorbe l’oggetto della sua conoscenza.

Interessantissimo a questo proposito il fatto che le grandi studiose di primati  della seconda metà del 1900 furono tre donne, attive in periodi in cui il lavoro scientifico femminile era fortemente svantaggiato rispetto a quello maschile: si tratta di Diane Fossey, che si dedicò allo studio  dei gorilla nell’Africa centrale, di Jane Goodall, a quello degli scimpanzé, e di Birkute Galdikas a quello  degli oranghi  del Borneo: donne, quindi, scelte in quanto tali dall’archeologo e naturalista Louis Leakey. Diane Fossey, addirittura, non aveva nemmeno una preparazione specifica, ma, oltre alla passione, era dotata di una fortissima capacità di  empatizzare e di riuscire nella comunicazione dove gli altri non ne erano in grado, per esempio con  bambini disabili.

Prima di loro, lo studio di questi animali era stato condotto da uomini che li osservavano negli zoo e nei laboratori; quello che queste donne fecero, fu di trasformare completamente l’approccio: si trasferirono esse stesse nell’ambiente degli animali che volevano capire, fecero quanto possibile e anche un po’ di più, per entrare in sintonia con loro con una dedizione, che le portò ad una sorta di identificazione, a parlare il loro linguaggio dei gesti e soprattutto ad amare l’oggetto della loro conoscenza,  entrando in contatto con la sua totalità, lontanissime dal precedente modello maschile, uso ad appropriarsi degli animali che decideva di studiare e incapace persino di capire quanto quell’animale imprigionato e asservito ben poco conservasse di naturale. Solo in questo modo fu  possibile che a quelli che prima erano ritenuti solo scimmioni primitivi,  i mostri King Kong,  fosse poi riconosciuta l’essenza di  animali amabili, vegetariani, che vivono in piccoli gruppi coesi.

Per concludere il discorso, va ancora detto che l’empatia, così necessaria in tutte le relazioni che non si vogliano trasformare in predominio, se ha componenti innate ne ha anche altre che vengono apprese attraverso l’educazione e persino attraverso forme particolari di training che insegnano a “mettersi dal punto di vista” dell’altro nelle più disparate situazioni: come ti apparirebbe questa stanza se tu fossi alto come una giraffa? Come vedresti il tuo amico su tu fossi basso come un gatto? Provare per credere: è un esercizio che ha molto da insegnare ad ognuno di noi sulla strada di una reale identificazione nell’altro, tanto più difficile quanto più questi è diverso, non ci somiglia, come succede nel caso appunto degli altri animali.

E’ doveroso infine sottolineare che tutto quanto finora detto ha fatto riferimento a maggiori disposizioni, a dei “soprattutto”: sarebbe infatti fuorviante affermare che tutto il male sia maschile e tutto il bene femminile. Vi sono uomini il cui impegno è forte in favore di tutti i deboli e gli svantaggiati e vi sono, purtroppo , donne che pur senza esporsi in prima persona ad atti violenti, mantengono un ruolo non meno colpevole di sostenitrici o fiancheggiatrici di tante brutture.

E i cambiamenti in atto non sono rassicuranti perché vedono le donne a volte inseguire i non invidiabili primati dei loro compagni, affacciandosi con determinazione  nelle cronache come protagoniste  di omicidi o crudeli attacchi fisici contro persone deboli, le vedono sgomitare per svolgere il servizio militare, mentre qualcuna è già entrata nell’arena a massacrare con entusiasmo tori braccati e  indifesi. Se la lotta è per entrare a livelli di comando nella società così come è, anziché provare a trasformarla, il rischio è che la ricchezza del mondo femminile vada persa rendendosi prona a quella maschile o uniformandosi ad essa magari per compensare atavici sensi di inferiorità.

Per ora, in difesa degli animali, dalle donne sale spesso un grido gridato, laddove dagli uomini il silenzio è in genere rotto da argomentazioni logiche. C’è da augurarsi da una parte che la tutela dei diritti degli animali possa sempre di più divenire appannaggio anche degli uomini lungo un percorso che, nutrito inizialmente di razionalità, trovi il necessario punto di incontro con il sentimento; dall’altra che le donne riescano a dare voce fino in fondo alla loro capacità di vedere, capire, sentire il dolore degli animali, acquisendo la consapevolezza che la cura dei più deboli contiene in sé profondi valori filosofici e ragioni esistenziali. “Tutto è legato a una questione di postura – per concludere con la poesia di Franco Marcoaldi – l’unica chance offerta all’uomo eretto è di sdraiarsi a terra: osservando le stelle insieme agli animali, magari, scorderà di essere macchina di sopraffazione e di guerra”. Sempre che riesca ad alzare lo sguardo verso le stelle senza pensare a come conquistarle. 
(Su Veganzetta, 8 marzo 2015)

giovedì 22 gennaio 2015

PRIDE: ORGOGLIO E PREGIUDIZI, tra minatori, omosessuali e vegane.




                                                    Il recente film “Pride”, uscito pochi mesi fa con la regia dell’ìnglese Matthew Warchus, riporta all’attenzione collettiva uno stralcio di storia contemporanea:  tra il  1984 e il 1985, in piena era thacheriana , la protesta contro il progressivo smantellamento di miniere di carbone fu portata avanti in Inghilterra con un durissimo sciopero di minatori, protrattosi per 51 settimane e infine conclusosi con la ripresa del lavoro, stabilita dall’ala sindacale maggioritaria e morbida: di fatto con una sconfitta rispetto agli obiettivi, ma nonostante questo accompagnata da una risonanza e una solidarietà, in grado di catalizzare un’opinione pubblica  sensibile, ben oltre i  confini nazionali.