giovedì 10 luglio 2014

NUTRIE, ROSPI ….e tanti altri

La nutrie, stabilisce la legge in data 23luglio 2014, non sono piùù specie protetta: possono quindi essere"eradicate", soggette a "prelievo venatorio". Il 26 novembre 2014 anche la Regione Lombardia prevede che possano essere abbattute con armi da sparo o da lancio individuale (tipo fionde o archi).

Non molte persone sanno un gran chè delle nutrie;
o meglio non molti connettono questo nome con quello ben più familiare di castorino, familiare perché fino a non molti anni fa era quello delle pelliccette che molte donne portavano, potendosele permettere perché non eccessivamente costose e perché l’idea molto poco politicamente corretta che provenissero da un animale, allevato ed ucciso ad hoc, restava racchiusa nei meandri della rimozione. Che se poi da lì fuoriusciva, i tempi erano tali per cui si poteva tranquillamente conviverci senza particolari sensi di colpa. L’animalismo, con tutto il suo carico di nuove consapevolezze e di conseguenti responsabilità, era tutto da venire. Mentre le mode dettavano i comportamenti e incidevano sulle scelte, i castorini, insieme a tanti altri,  ne pagavano il prezzo, senza che ci si curasse di sapere nulla di loro, di sapere per esempio che erano stati fatti venire da lontano, dal Sud America, perché, vegetariani quali sono, si nutrono di arbusti e servivano quindi anche allo scopo secondario di bonificare le paludi.  Quando nuovi gusti li hanno messi all’angolo e fatti giudicare di troppo, sono stati  serenamente liberati sul territorio vicino a  corsi d’acqua con il nuovo nome di nutrie e hanno cominciato a riprodursi nel disinteresse generale, fino a quando vari disastri ecologici e danni ambientali, frutto di negligenze e cattive politiche del tutto umane, hanno visto in loro l’ideale capro espiatorio dei mali in corso. Tutta colpa della nutria! Dagli all’untore! Sterminiamole tutte! E così, non facciamoci mancare nulla, si è deciso di procedere alla loro uccisione a fucilate; ghiotta occasione per un po’ di sport supplementare per i cacciatori che si sono visti omaggiare cartucce per 40.000€ dalla provincia di Cremona e un gran sgomitare da parte dei sindaci per vedere il proprio comune accolto tra gli eletti con licenza di uccidere. L’ecatombe conta già al proprio attivo decine di migliaia di individui: tra questi ci sono anche le nutrie che, sfuggite alla furia dei fucili, sono state  abbattute a badilate, senza scandalo.  Già: prima si creano le condizioni ideali, vale a dire la convinzione che ci si trovi davanti ad una seria minaccia: la nutria è pericolosa, quindi cattiva, quindi meritevole di morte. E’ così che si crea il consenso alla sua uccisione e si spiana la strada; come denigrare chi la uccide se, con  pallettoni o badilate che sia,  sta compiendo un’opera meritoria?

Niente di originale se solo si pensa ad  una situazione per certi versi del tutto analoga dall’altra pare del mondo: nella civilissima Australia (è la sociologa Nik Taylor a raccontarlo) i rospi, ritenuti una sorta di peste ecologica a causa del loro proliferare, sono diventati oggetto di una campagna che invita  la popolazione ad ucciderli “nel modo più umano possibile”, ma i “modi umani” non sono, ahimè per i rospi, alla portata di tutti, e quindi il governo ha  corretto il tiro accontentandosi per  la mattanza  di metodi “facilmente acquisibili ed accettabili” .  Di adattamento in adattamento, il risultato è che molti ragazzi li attaccano con le loro mazze, usandoli come sostituto della palla da crichet o da golf ,  a mo’ di allenamento per lo “swing” (per far partire la palla verso l’obiettivo facendola alzare) sentendosi autorizzati a farlo dalla stessa  rappresentazione degli animaletti come dannosi e nocivi, il chè crea consenso intorno al loro pur orrido agire, che non viene stigmatizzato in quanto, al netto di noiosissime considerazioni etiche, è  considerato un atto socialmente utile.

Persino superfluo disquisire sull’ottica squisitamente antropocentrica che è il denominatore comune di queste situazioni: degli animali non umani si fa ciò che è utile, ma anche solo auspicabile, per gli umani, che hanno su di loro incontrastato diritto di vita e di morte, sulla base di considerazioni di pura convenienza.

Più sottili sono altre  considerazioni che concernono le metodologie usate per la creazione del “nemico”, operazione non sempre facile perché a volte si tratta di animali fino al giorno prima considerati esseri del tutto innocui, piacevoli, perfettamente inseriti nell’habitat condiviso tra umani e non umani. Bisogna allora lavorare sulla loro rappresentazione quali esseri pericolosi, dannosi, da perseguitare: nessuna guerra può mai essere dichiarata senza che il “nemico” di turno sia identificato come la fonte del male. Ce lo hanno bene insegnato i conflitti di ogni epoca, dall’antichità ai giorni nostri, che vedono l’odio artatamente sollevato da una propaganda che ne costituisce  l’imprescindibile punto di partenza. Anche per bruciare le streghe, gentile pratica protrattasi per secoli nella illuminata Europa, era stato necessario convincere la gente di quali malefici fossero responsabili, creature di Satana capaci di ogni malvagità.

Un altro elemento è di grande rilevanza: e le analisi di Andrèe Girard sono al proposito illuminanti: nel corso della storia è sempre esistito il capro espiatorio, vittima su cui far confluire tutta l’aggressività dilagante, vittima scelta in virtù della sua debolezza, mancanza di tutele, incapacità a vendicarsi. Chi più e meglio degli animali può assumere su di sé questo ruolo e quindi la responsabilità  degli errori e delle nefandezze umane, espiare le colpe dei colpevoli al posto loro, attirare su di sé l’aggressività che viene coì distolta dal consesso umano?  E tra gli animali sono quelli più gentili le vittime ideali: dopo la loro mattanza, scaricata la propria aggressività, gli uomini, sempre tanto animosi gli uni contro gli altri, godono di qualche sprazzo di tranquillità,  per una volta in solidale compiaciuta compagnia dei propri conspecifici.

Le nutrie italiane e i rospi australiani, di certo come tante altre specie democraticamente sparse in tutti i posti del mondo, nulla sanno di tutto ciò e, mentre vengono colpiti da pallottole, badili o bastonate, avranno magari il tempo di chiedersi perché, ma non certamente la possibilità di trovare una sola ragione valida al loro soffrire.

Ancora: se davvero il numero di questi animali è eccessivo, perché non  individuare adeguati interventi di contraccezione? Non ci si pensa proprio e le strade scelte (come per le nutrie) o sopportate (come per i rospi)  sono l’apoteosi della violenza, come apoteosi della violenza è in tutte le sue forme la caccia, attività sostitutiva o parallela alla guerra, che giustifica e attribuisce una dignità all’espressione di istinti sadici e aggressivi. Forza: c’è un’occasione d’oro per divertirsi ad uccidere: lo potete fare gratis, al di fuori di noiosissime limitazioni, le pallottole ve le diamo noi, così non dovete nemmeno preoccuparvi di rimetterci qualcosa di vostro. Davvero un’incredibile sollecitazione ad incrementare il senso di onnipotenza che ogni volta accompagna l’uccisione di qualsiasi essere vivente e senziente.

Un’ultima osservazione: tutto ha luogo in territori pubblici, e finisce che possono essere ragazzini ad essere spettatori o a  rivestire il ruolo di vendicatore. Essendo ormai del tutto assodato che la violenza sugli animali è connessa con un link innegabile a quella contro gli esseri umani e che tante radici del futuro agire sono poste negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, davvero nessun senso di responsabilità nel rendere degli adolescenti testimoni o esecutori di mattanze che, alla faccia di qualsiasi eufemismo ideato per misconoscerle,  sono innegabilmente tali?

“Sono contro la debolezza umana e a favore della forza che le povere bestie ci dimostrano tutti i giorni perdonandoci” diceva Anna Maria Ortese: sempre più grande è la convinzione che di quel perdono non siamo affatto degni.

4 commenti:

  1. beatrice guidi@tiscali .it11 luglio 2014 13:17

    Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cara Beatrice, che dire: il disastro intorno è grande: esaminarlo nelle infinite forme in cui si presenta serve solo a non farsi sommergere dalla marea della disperazione totale. E magari ad accendere qualche lume di consapevolezza.

      Elimina
  2. Annamaria, sei sempre bravissima nell'analisi della violenza. Non sapevo del dramma dei rospi australiani ma sono al corrente di quello delle nutrie, E' vero ciò che scrivi: prima vengono presentate come un nemiche dell'uomo, dell'ambiente e poi vengono sterminate. E' necessaria la prima operazione per passare alla seconda senza apparire sotto cattiva luce, anzi, apparendo come dei benefattori della società. E' così con ungulati, volpi... e tutti quegli animali presi di mira nei piani faunistici. In un certo senso è così anche con le operazioni di deratizzazione: vengono tagliati i fondi per la pulizia urbana, con tanto di spazzatura ovunque e, ovviamente, i topi gironzolano liberamente per le città quindi è necessario sterminarli con maggiore frequenza e potenza e pure con ingenti somme di denaro perché le deratizzazioni costano parecchi soldi. Del dolore lancinante che provano i topi uccisi col veleno anticoagulante non importa nulla a nessuno: sono nemici e devono morire a ogni costo. Il fine giustifica i mezzi. "Ce ne sono troppi" è la frase che va per la maggiore e che giustifica ogni processo di sterminio. Sicuramente a qualcuno verrà in mente di ridurne il numero con la prevenzione (risolvendo il problema a monte) ma a quel punto non si divertirebbero più i cacciatori, allora si preferisce accontentare i cacciatori (risolvendo il problema a valle, anzi, non risolvendolo affatto perché la caccia non ne diminuisce affatto il numero). Credo che i problemi che si mischiano in questi assurdi sterminii siano due: quello della violenza che l'umano esercita sul non umano e quello dell'interesse economico che c'è a favorire i cacciatori. E' difficile pensare di estirpare la violenza ma una flebile speranza che si estinguano i cacciatori c'è. Tra i giovani, sono pochissimi quelli che scelgono di andare a caccia, quindi aspettiamo che gli anziani appendano il fucile al chiodo. Nel frattempo continuiamo la nostra protesta dura e tribolata.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cara Paola, condivido tutto. Mi resta un po' di amarezza nel pensare che la filosofia dei cacciatori possa finire solo con la loro estinzione. Mi sembra la fortocopia della politica italiana dove per liberarsi di personaggi impresentabili bisogna solo aspettare che smettano di respirare...Comunque hai ragione: il fatto che i giovani in genere siano lontani dalla caccia è un dato di fatto: non si può essere ottimisti, ma la cosa in sè un valore ce l'ha.

      Elimina