martedì 28 ottobre 2014


Sul numero di novembre-dicembre di Psicologia Contemporanea, 
si parla del link tra violenza sugli animali e violenza sugli umani. 
E' il tema conduttore del libro "Sulla cattiva strada": finalmente la grande questione degli animali   diventa interessante  anche per la psicologia ufficiale, che così tanto ha da dire al proposito.



martedì 19 agosto 2014

SCAPPA, DANIZA!



  
Esiste un meccanismo, ben noto agli studiosi di psicologia sociale, che fa capo ad un  principio definito di "contrasto percettivo", uno schema automatico di comportamento di cui facciamo spesso uso, anche senza  esserne consapevoli: consiste nel fatto, in fondo banale,   che una situazione appare molto diversa a seconda di ciò che l’ha preceduta. In alcuni laboratori di psicofisica il principio viene illustrato agli studenti, invitati a sedersi davanti a tre vaschette piene d’acqua: la prima gelida, la seconda a temperatura ambiente, la terza calda. Lo studente mette la  mano sinistra nella prima e la destra nella terza, poi entrambe le mani, contemporaneamente, nella seconda. Si accorge con sorpresa che le sue mani, pur immerse nella stessa acqua, la percepiscono in modo molto diverso : la mano che era stata nell’acqua gelida la sente calda, la mano che era stata nell’acqua calda la sente fredda.

giovedì 10 luglio 2014

NUTRIE, ROSPI ….e tanti altri

La nutrie, stabilisce la legge in data 23luglio 2014, non sono piùù specie protetta: possono quindi essere"eradicate", soggette a "prelievo venatorio". Il 26 novembre 2014 anche la Regione Lombardia prevede che possano essere abbattute con armi da sparo o da lancio individuale (tipo fionde o archi).

Non molte persone sanno un gran chè delle nutrie;
o meglio non molti connettono questo nome con quello ben più familiare di castorino, familiare perché fino a non molti anni fa era quello delle pelliccette che molte donne portavano, potendosele permettere perché non eccessivamente costose e perché l’idea molto poco politicamente corretta che provenissero da un animale, allevato ed ucciso ad hoc, restava racchiusa nei meandri della rimozione. Che se poi da lì fuoriusciva, i tempi erano tali per cui si poteva tranquillamente conviverci senza particolari sensi di colpa. L’animalismo, con tutto il suo carico di nuove consapevolezze e di conseguenti responsabilità, era tutto da venire. Mentre le mode dettavano i comportamenti e incidevano sulle scelte, i castorini, insieme a tanti altri,  ne pagavano il prezzo, senza che ci si curasse di sapere nulla di loro, di sapere per esempio che erano stati fatti venire da lontano, dal Sud America, perché, vegetariani quali sono, si nutrono di arbusti e servivano quindi anche allo scopo secondario di bonificare le paludi.  Quando nuovi gusti li hanno messi all’angolo e fatti giudicare di troppo, sono stati  serenamente liberati sul territorio vicino a  corsi d’acqua con il nuovo nome di nutrie e hanno cominciato a riprodursi nel disinteresse generale, fino a quando vari disastri ecologici e danni ambientali, frutto di negligenze e cattive politiche del tutto umane, hanno visto in loro l’ideale capro espiatorio dei mali in corso. Tutta colpa della nutria! Dagli all’untore! Sterminiamole tutte! E così, non facciamoci mancare nulla, si è deciso di procedere alla loro uccisione a fucilate; ghiotta occasione per un po’ di sport supplementare per i cacciatori che si sono visti omaggiare cartucce per 40.000€ dalla provincia di Cremona e un gran sgomitare da parte dei sindaci per vedere il proprio comune accolto tra gli eletti con licenza di uccidere. L’ecatombe conta già al proprio attivo decine di migliaia di individui: tra questi ci sono anche le nutrie che, sfuggite alla furia dei fucili, sono state  abbattute a badilate, senza scandalo.  Già: prima si creano le condizioni ideali, vale a dire la convinzione che ci si trovi davanti ad una seria minaccia: la nutria è pericolosa, quindi cattiva, quindi meritevole di morte. E’ così che si crea il consenso alla sua uccisione e si spiana la strada; come denigrare chi la uccide se, con  pallettoni o badilate che sia,  sta compiendo un’opera meritoria?

Niente di originale se solo si pensa ad  una situazione per certi versi del tutto analoga dall’altra pare del mondo: nella civilissima Australia (è la sociologa Nik Taylor a raccontarlo) i rospi, ritenuti una sorta di peste ecologica a causa del loro proliferare, sono diventati oggetto di una campagna che invita  la popolazione ad ucciderli “nel modo più umano possibile”, ma i “modi umani” non sono, ahimè per i rospi, alla portata di tutti, e quindi il governo ha  corretto il tiro accontentandosi per  la mattanza  di metodi “facilmente acquisibili ed accettabili” .  Di adattamento in adattamento, il risultato è che molti ragazzi li attaccano con le loro mazze, usandoli come sostituto della palla da crichet o da golf ,  a mo’ di allenamento per lo “swing” (per far partire la palla verso l’obiettivo facendola alzare) sentendosi autorizzati a farlo dalla stessa  rappresentazione degli animaletti come dannosi e nocivi, il chè crea consenso intorno al loro pur orrido agire, che non viene stigmatizzato in quanto, al netto di noiosissime considerazioni etiche, è  considerato un atto socialmente utile.

Persino superfluo disquisire sull’ottica squisitamente antropocentrica che è il denominatore comune di queste situazioni: degli animali non umani si fa ciò che è utile, ma anche solo auspicabile, per gli umani, che hanno su di loro incontrastato diritto di vita e di morte, sulla base di considerazioni di pura convenienza.

Più sottili sono altre  considerazioni che concernono le metodologie usate per la creazione del “nemico”, operazione non sempre facile perché a volte si tratta di animali fino al giorno prima considerati esseri del tutto innocui, piacevoli, perfettamente inseriti nell’habitat condiviso tra umani e non umani. Bisogna allora lavorare sulla loro rappresentazione quali esseri pericolosi, dannosi, da perseguitare: nessuna guerra può mai essere dichiarata senza che il “nemico” di turno sia identificato come la fonte del male. Ce lo hanno bene insegnato i conflitti di ogni epoca, dall’antichità ai giorni nostri, che vedono l’odio artatamente sollevato da una propaganda che ne costituisce  l’imprescindibile punto di partenza. Anche per bruciare le streghe, gentile pratica protrattasi per secoli nella illuminata Europa, era stato necessario convincere la gente di quali malefici fossero responsabili, creature di Satana capaci di ogni malvagità.

Un altro elemento è di grande rilevanza: e le analisi di Andrèe Girard sono al proposito illuminanti: nel corso della storia è sempre esistito il capro espiatorio, vittima su cui far confluire tutta l’aggressività dilagante, vittima scelta in virtù della sua debolezza, mancanza di tutele, incapacità a vendicarsi. Chi più e meglio degli animali può assumere su di sé questo ruolo e quindi la responsabilità  degli errori e delle nefandezze umane, espiare le colpe dei colpevoli al posto loro, attirare su di sé l’aggressività che viene coì distolta dal consesso umano?  E tra gli animali sono quelli più gentili le vittime ideali: dopo la loro mattanza, scaricata la propria aggressività, gli uomini, sempre tanto animosi gli uni contro gli altri, godono di qualche sprazzo di tranquillità,  per una volta in solidale compiaciuta compagnia dei propri conspecifici.

Le nutrie italiane e i rospi australiani, di certo come tante altre specie democraticamente sparse in tutti i posti del mondo, nulla sanno di tutto ciò e, mentre vengono colpiti da pallottole, badili o bastonate, avranno magari il tempo di chiedersi perché, ma non certamente la possibilità di trovare una sola ragione valida al loro soffrire.

Ancora: se davvero il numero di questi animali è eccessivo, perché non  individuare adeguati interventi di contraccezione? Non ci si pensa proprio e le strade scelte (come per le nutrie) o sopportate (come per i rospi)  sono l’apoteosi della violenza, come apoteosi della violenza è in tutte le sue forme la caccia, attività sostitutiva o parallela alla guerra, che giustifica e attribuisce una dignità all’espressione di istinti sadici e aggressivi. Forza: c’è un’occasione d’oro per divertirsi ad uccidere: lo potete fare gratis, al di fuori di noiosissime limitazioni, le pallottole ve le diamo noi, così non dovete nemmeno preoccuparvi di rimetterci qualcosa di vostro. Davvero un’incredibile sollecitazione ad incrementare il senso di onnipotenza che ogni volta accompagna l’uccisione di qualsiasi essere vivente e senziente.

Un’ultima osservazione: tutto ha luogo in territori pubblici, e finisce che possono essere ragazzini ad essere spettatori o a  rivestire il ruolo di vendicatore. Essendo ormai del tutto assodato che la violenza sugli animali è connessa con un link innegabile a quella contro gli esseri umani e che tante radici del futuro agire sono poste negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, davvero nessun senso di responsabilità nel rendere degli adolescenti testimoni o esecutori di mattanze che, alla faccia di qualsiasi eufemismo ideato per misconoscerle,  sono innegabilmente tali?

“Sono contro la debolezza umana e a favore della forza che le povere bestie ci dimostrano tutti i giorni perdonandoci” diceva Anna Maria Ortese: sempre più grande è la convinzione che di quel perdono non siamo affatto degni.

giovedì 19 giugno 2014

L’ASSASSINO ANIMALISTA




La soluzione, se di soluzione si tratta, dell’omicidio della giovanissima  Yara è stata occasione per svariati discutibili comportamenti.
 A partire dalle esternazioni in tempo reale del ministro Alfano, alla faccia della necessità di riservatezza invocata dalla procura (la  gente, dice lui, ha il diritto di sapere, qui, tutto e subito: ma perché?????) passando alle varie testate che hanno sguinzagliato giornalisti alla eccitatissima ricerca di qualsivoglia particolare, per ininfluente che fosse, pur di essere i primi a scovarlo.  Ma è la cronaca, bellezza, che  fagogita tutto, tutto quello che riguarda gli altri ovviamente.

In mezzo a tutto questo l’immagine del presunto assassino, fotografato insieme ai suoi cani e gatto, ha immediatamente preannunciato ciò che puntualmente è avvenuto nel giro di poche ore, vale a dire  dichiarazioni , commenti, analisi  psicologiche e sociologiche spicciole,  tese ad affermare che è questo il genere di persone che sostiene le ormai insopportabili istanze “animaliste”: si sono svelati, finalmente! Eccoli qui  chi sono  quelli che amano gli animali!  Occasione ghiotta e imperdibile per gettare un po’ di fango.

Qualche osservazione si impone. A partire dal fatto che del presunto assassino al momento attuale sappiamo che è figlio illegittimo, sposato e padre di tre figli, di professione muratore, cattolico praticante; e che “possiede” cani e gatto. Se il rigore logico induce a creare il link tra una qualsiasi delle informazioni e l’omicidio collegandoli con un rapporto di causa-effetto, con lo stesso rigore logico sarebbero sostenibili affermazioni del tipo: eccoli lì i padri di famiglia, ecco cosa fanno agli altri bambini quelli che hanno i figli. O quelli cha fanno i muratori. O quelli che sono cattolici praticanti. O quelli che sono figli illegittimi. Ma queste connessioni, nella loro inaccettabilità, non vengono ovviamente alla mente di nessuno. Quella sugli animali sì.

Di fatto, e sempre che le attuali notizie vengano confermate,  quali siano i mostri presenti nella mente di quest’uomo sarà possibile saperlo solo una volta conosciuta tutta la sua vita, messi a fuoco i suoi pensieri, illuminati i suoi abissi  interiori . Ma che nella sua vita ci sia e ci sia stato posto per i suoi animali è un elemento che davvero ben poco aggiunge al quadro in fieri, per lo meno non più di quello che aggiunge  la presenza dei suoi tre figli.  Non avrebbero dovuto essere loro prima di tutto ad elicitare in lui inclinazione paterna, intesa quale affetto, ma anche senso di responsabilità, dovere di cura, capacità di identificazione, empatia? Non avrebbe dovuto essere  la presenza dei suoi  bambini a renderlo un uomo per certi versi migliore perchè più ricco emotivamente,  capace di immedesimazione, di mobilitare se mai energie positive in favore di altri bambini in cui riconoscere la stessa ingenuità e vulnerabilità ad ogni pericolo , che avrà pure imparato a riconoscere nei suoi?

Ancora: non avrebbe dovuto essere l’interiorizzazione del messaggio cattolico, con tutti i  correlati riferiti alla necessità di amore fraterno tra tutte le creature, a costituire barriera insormontabile all’emergere di impulsi tanto distruttivi?

Niente di tutto questo  ha avuto luogo e una ragazzina che camminava presa dai suoi pensieri, che avrebbe dovuto se mai sollecitargli una simpatia protettiva, ha mobilitato in lui un atteggiamento predatorio e di rara crudeltà.  

Chi ne avrà il compito, avrà modo di ripercorrere la strada che ha portato questo uomo (se di lui si tratta) a quel sonno della ragione che genera mostri; cercherà di ricostruire quella sua realtà in cui la relazione con gli altri è evidentemente radicalmente distorta. Ed è facile immaginare che molti elementi andranno a definire anche il quadro del rapporto con i suoi figli: già qualche elemento pare emergere, relativo al divieto che loro dava di condurre una normale vita sociale; il resto sarò tutto da vedere.


Ciò che pare incontestabile è, comunque,  che l’essere padre di tre bambini non lo ha reso un uomo capace di rispetto per un’altra bambina simile a loro; essere cattolico praticante non lo ha indotto ad introiettare messaggi di pacifica e amorevole convivenza; amare due cani e un gatto  avrebbe dovuto riuscire a farlo? Siamo di fronte ad un’immane tragedia in cui sono saltate le norme di riferimento, morali e comportamentali, alla base delle stesse relazioni umane su cui è fondata la società; tragedia  che potrà essere capita solo attraverso standard esplicativi ben diversi da quelli utili in un quotidiano più familiare.

Usarla per  una speculazione contro gli “animalisti” è quanto di più inopportuno si possa ideare, possibile tra l’altro solo in virtù  dell’ignoranza delle  istanze portate avanti da tutti coloro che degli animali non umani si occupano e si preoccupano costantemente nella convinzione profonda che il rispetto per loro come per tutti gli esseri viventi sia elemento imprescindibile di una società che davvero voglia liberarsi di tutte le istanze violente che la popolano. Società che, ahimè, è mille miglia lontana da quella in cui viviamo, come le cronache di questi giorni ci buttano in faccia con rara durezza.

lunedì 14 aprile 2014

AGNUS DEI





Ancora  pochi giorni e la mattanza comincerà per poi raggiungere il suo culmine in vista della Pasqua: l’agnello di Dio sarà ancora una volta  costretto suo malgrado  a togliere i peccati dal mondo, e inutilmente alzerà i suoi lamenti che arriveranno al cielo senza incrociare la pietà che invocano. E’ lui, perchè innocente, la vittima ideale per pagare le colpe dei colpevoli. “Felici le madri di questi agnelli sacrificali? – si chiede Josè Saramago nel suo Vangelo secondo Gesù Cristo - Quelle madri, se lo sapessero, ululerebbero come lupi”, perché  loro mai  avrebbero immaginato questa fine quando, neonati,  li leccavano e li nutrivano e volevano solo, quelle madri, farli crescere i loro piccoli per poi lasciarli  andare, a brucare l’erba o a correre nei prati. Non avevano capito cosa li attendeva; nè c’è da stupirsene perché nessuna legge naturale potrebbe contemplare  il teorema  indimostrabile per cui il peccatore lava le sue colpe con un altro peccato, quello dell’uccisione di un innocente, di milioni di innocenti, che devono essere fragili, teneri, indifesi:  un paradigma che trova nel diritto del più forte l’unica giustificazione. E così, secondo  riti e tradizione, la pasqua di sangue approntata in nome della pace inonderà la terra.

Per altro il significato di vittima sacrificale, che pure con tanta foga viene rispolverato e rinvigorito ad ogni Pasqua, per la gran parte  della gente è ormai solo una pallida e scolorita giustificazione:  la ricorrenza è piuttosto l’occasione per l’apoteosi di una mattanza che, come ci dicono i numeri,  non ha tregue nel corso di tutto l’anno,  al di fuori di qualsiasi riferimento religioso, per l’esclusivo e paganissimo piacere di un “piatto” evidentemente apprezzato.

Le parole che stigmatizzano come inaccettabile per la sua crudeltà l’uccisione degli agnelli, oscenità tra le altre oscenità dell’uccisione di ogni animale, sono evanescenti, a volte esercizio letterario che tocca qualche corda e si scioglie in turbamento passeggero : le immagini no, le immagini colpiscono con la forza dell’evidenza:  non mentono e non tacciono. E allora i video,  inguardabili per la violenza che mostrano ma da guardare per il dovere etico di sapere,  sono quelli che sbattono in faccia la realtà, ciò che avviene nei luoghi della mattanza, che è la quintessenza del male: esseri totalmente indifesi, miti per antonomasia, innocenti per definizione, sono strappati alle madri, sottoposti a viaggi terrorizzanti, pesati, appesi per le zampe, uccisi  con un coltello che recide la gola e che a questo punto si vorrebbe affilato, ma non sempre lo è e l’agonia si prolunga: belati terrorizzati , sangue ovunque, gemiti e strida. E poi le urla degli addetti ai lavori, uomini resi brutali dal loro stesso “lavoro”.

Le indagini condotte a termine da associazioni per i diritti degli animali sono sconvolgenti quanto necessarie, perché la cultura occidentale in cui viviamo immersi ha posto in essere nei confronti della sofferenza animale e di tutte le sue forme più estreme un meccanismo di nascondimento e occultamento, al servizio di quel connubio tra sensibilità ed egoismo che ci contraddistingue: non vogliamo vedere perché, anime belle  e amanti degli animali quali ci piace considerarci, siamo refrattari a  tanto orrore; ma non vogliamo rinunciare a qualsivoglia piacere seppure sbrigativo e perso tra gli innumerevoli altri che ci concediamo, quale che sia il prezzo che altri, altri animali, pagano.

Il nostro processo di civilizzazione,  mentre condanna la violenza in tutte le sue forme, in realtà la subordina ad  un grandioso processo di rimozione e negazione, che vorrebbe, questa violenza,  annullarla o almeno mistificarne  il senso e la portata. Le immagini, frutto di investigazioni rigidamente clandestine, ci colpiscono con tutta la violenza che portano con sé e ci costringono a prendere atto di ciò che supportiamo con i nostri stili di vita e le nostre abitudini alimentari e  di cui rifiutiamo di sentirci responsabili. Come spesso succede in questi casi, ad essere messi sul banco degli imputati sono coloro che pongono in essere indagini scomode e magari pericolose, infrangendo una legge che, al servizio dell’opera di nascondimento in atto, proibisce che venga mostrato ciò che è politicamente, umanamente, eticamente vergognoso che abbia luogo.

In atto , lo vediamo, è una realtà di violenza inaudita, che suscita estrema pietà per gli agnelli e orrore per quanto subiscono, ma deve anche indurci ad interrogarci sulla cultura in cui siamo immersi:  davvero vogliamo continuare a convivere con la mattanza di questi cuccioli di animali, gli stessi  che, in una sorta di totale schizofrenia,  in altri momenti offriamo all’interessamento  intenerito dei nostri bambini, nelle favole, nei peluches, nei cartoni animati, come loro  piccoli  e stupiti davanti al mondo, che guardano con curiosità e attesa, da una vicinanza di sicurezza con la propria mamma, da cui si aspettano protezione?  

Altre considerazioni incalzano ed esigono riflessioni: esiste un mondo di uomini a cui viene delegato di svolgere in prima persona il lavoro sporco: bistrattare e poi sgozzare esseri indifesi, farlo ogni giorno, a catena di montaggio, opponendo la tenace determinazione a portare a termine il compito ai gemiti e ai belati, alle invocazioni di aiuto e alle grida di dolore, non resta senza conseguenze. Molti di loro non hanno scelto di fare quello che fanno, ma  di certo fare quello che fanno, qualunque fosse la loro realtà di uomini prima che tutto cominciasse, non può che trasformarli in persone brutali, insensibili, sorde al dolore altrui quando non addirittura capaci di infierire con ancora maggiore violenza sulle vittime. Della trasformazioni di tutti costoro , che sono  la mano sporca della mattanza, dobbiamo prendere atto.

E non illudiamoci: una società che in parte non si vergogna di esporre cadaveri di agnelli, appesi a testa in giù ai ganci delle macellerie, in parte invece preferisce che il “prodotto” che arriva sulla tavola sia irriconoscibile e non rechi tracce dell’animale da cui proviene, è comunque una società che convive, ammette, incentiva una forma di violenza, legalizzata finchè si vuole, ma sempre e comunque violenza orribile. I suoi miasmi non possono che intaccare le nostre vite e le nostre coscienze esattamente come succede nelle società che ammettano la pena di morte: la mitezza è al bando e in modi indiretti e diversificati ognuno ne sarà contaminato. Nessuna società può essere considerata giusta e pacifica se al proprio interno la pratica della violenza è abitudine quotidiana, chiunque ne sia la vittima, senza distinzione tra quelle umane e quelle animali: solo forme diverse di una stessa oscenità.