giovedì 13 giugno 2013

CRUSH FETISH



 Sono molti i  giornali dello scorso  20 aprile che hanno riportato con evidenza e a titoli pressochè unificati, la  condanna  a 4 mesi di una gentile signora, 40 anni e tre figli, che, nuda e in tacchi a spillo, uccideva pulcini, conigli e altri piccoli animali. E poi metteva il tutto in rete. E così il caleidoscopio della smisurata varietà di situazioni ideate dalla mente umana è a disposizione di chiunque ne condivida il piacere perverso e  di chi, bypassando la ripugnanza istintiva, prova nonostante tutto a cercare il bandolo della matassa.  Se ci si inoltra nei meandri dei contesti in cui tutto ha luogo, risulta ahimè chiaro non trattarsi di un comportamento eccezionale come si vorrebbe, ma collegato a  situazioni che gravitano intorno ad una forma tanto particolare di piacere sessuale da avere bisogno della  tortura e uccisione di animali, così  diffuso da poter contare su  un’espressione che lo designa,  crush fetish o, se si vuole, feticismo da schiacciamento.
E’ una  moderna perversione che coinvolge ogni tipo di animale, da quelli più piccoli quali insetti, lumache, pesciolini, calpestati a morte, ad altri più grandi quali  oche, conigli, galline il cui tormento è più elaborato e la cui morte più atroce perché l’agonia si protrae: tutti al servizio del piacere di un pubblico , che la rete consente di vaste dimensioni, composto persino da collezionisti, alla ricerca di esperienze inedite in grado di stimolare fantasie avvizzite, che tornano ad eccitarsi alla vista di animali martoriati.   
L’immagine della  signora che schiaccia piccoli animali sotto il suo tacco dodici, per quanto disgusto abbia potuto suscitare, non consente  rassicuranti spiegazioni sul tema della follia che irrompe inaspettata a turbare una normalità che ci piace credere diffusa; è, per esempio, irresistibile il suo richiamo  ad un’altra immagine contenuta in un saggio,  scritto oltre vent’anni fa dallo psicologo Francesco Parenti[i] , con la differenza  che, in quel disegno, ad essere schiacciata sotto la punta dello spillo è la testa di un uomo con le mani incatenate.  
Il tacco femminile dalla punta aguzza accomuna storie di sesso evidentemente  perduto (“Alla ricerca del sesso smarrito” è l’inequivocabile titolo dello scritto citato) : è lo strumento con il quale vengono schiacciati esseri viventi, umani o non umani poco importa, che con la propria sofferenza sono veicolo  di piacere, di quel piacere sadico, che il divino marchese de Sade , alla fine del 1700, ha inutilmente provato a nobilitare con le sue esternazioni letterarie, incapaci di  salvarlo da lunghi anni di internato in  manicomio.
Se lo scorrere di un paio di secoli ha disinibito i costumi tanto da  ostentare in  vetrine neppure tanto nascoste fruste e stivaloni, il far coincidere  il proprio piacere con la sofferenza dell’altro non può essere  derubricato a semplice espressione di disinibizione, perchè è comportamento che investe profondamente le dinamiche intrapsichiche  e relazionali, che anche di sessualità si nutrono, di quella sessualità, che, pur nella diversità e complessità dei comportamenti individuali, alimentati dalla propria personalità, dalle proprie convinzioni, dal proprio sistema di valori e dalla cultura di appartenenza, non dovrebbe essere avulsa dalla ricerca di una comunicazione biunivoca e profonda con l’altro.
Se vanno a colludere con istinti auto o etero distruttivi, lungi dal testimoniare disinvoltura e sicurezza, tali pratiche rendono invece atto di personalità che sono andate strutturandosi  su forme di insicurezza, intorno a  un sé percepito come debole e inadeguato; l’espressione libera e matura  delle proprie forze libidiche viene allora inibita;  il senso di inferiorità non  trova risarcimento neppure in modelli di affermazione sociale compensatori. La sofferenza e l’umiliazione connesse a vissuti di mortificazione e incomprensione non contemplano la possibilità di  ricercare rapporti intessuti di dolcezza, tenerezza, affettività, esperienze sconosciute e conseguentemente estranee persino alla sfera dei desideri. La  soluzione, allora, diventa quella di imboccare una strada distorta e tortuosa, che devia dalla possibilità di intessere relazioni gratificanti e si dirige verso un’organizzazione sadomasochistica. L’unica comunicazione possibile passa attraverso l’esperienza del dolore, inferto o sperimentato.
Fino a qui le dinamiche individuabili in chi agisce in veste di protagonista. Il fenomeno si arricchisce, o meglio: si impoverisce se osservato in chi è fruitore in rete, osservatore passivo, spettatore che consuma un piacere voyeristico e solitario, protetto da un anonimato che l’adesione alle attuali tecnologie fa sentire membro di una comunità avanzata, ma che in realtà nella sostanza non si discosta dal  ruolo malinconico e vergognoso degli antichi spettatori delle oscure sale cinematografiche a luci rosse di periferia.  Nel pubblico che osserva il crush nell’anonimato della rete, il sadismo non è agito  nè subito in una dinamica in cui possa manifestarsi come l’altra faccia di un consenziente masochismo (“Non godo del dolore dell’insetto, mi immedesimo con la sorte della vittima”, dice un “praticante”), ma semplicemente spiato, nell’incapacità ad assumere un ruolo attivo, che implichi un  contatto, qualsiasi contatto, con l’altro: la persona resta ingabbiata in un piacere solitario, nella delega ad altri di ogni responsabilità, nell’astensione dalle relazioni, sia pure le più perverse.
Nel caso della signora, qui assunta come rappresentante di una patologica e patologizzante comunità di persone tra loro legate solo virtualmente, agli altri elementi di devianza si aggiunge quello macroscopico dell’utilizzo degli animali non umani. Anche riguardo a questo punto, è necessario chiarire che, per quanto poco accettabile e tanto meno politicamente corretto, l‘uso degli animali a scopo sessuale non è fatto nuovo, perché in realtà affonda le sue radici in una storia millenaria, di cui i miti ci tramandano stralci di conoscenza, in genere bypassata in nome dei tanti tabù collegati: Leda e la sua storia d’amore con Zeus in forma di cigno; i satiri greci, metà uomini metà capre, simboli di virilità; i bordelli dell’antica Roma che portavano i nomi degli animali offerti all’interno per pratiche sessuali ne sono innegabile testimonianza, per quanto l’’approccio realmente conoscitivo sia ancora in fase embrionale, offuscato dal rifiuto emotivo. Bestialità e zoofilia sono i termini oggi usati per definire il primo qualsiasi approccio di tipo sessuale con un animale, il secondo riferito alla contestuale presenza di  un coinvolgimento anche affettivo. Forse non è un caso che persino il DSM, Manuale dei Disturbi Mentali, sorta di bibbia diagnostica dei disturbi mentali, nelle recenti edizioni,  del 1980 prima e del 1994 dopo,  dedichi alla zoofilia un unico brevissimo rigo, limitandosi ad includerla tra le Parafilie Non Altrimenti Specificate.
Il   crush fetish è qualcosa di ancora diverso e, se possibile, più patologico, perché presuppone che l’animale utilizzato sia la vittima designata ed indifesa di  condotte allo stesso tempo  morbose e crudeli. La ricerca del piacere viene perseguita con l’uso della violenza su specie altre dalla nostra, che evidentemente forniscono ulteriore rassicurazione nella loro totale vulnerabilità e incapacità di comunicazione, per lo meno verbale. Siamo in una sorta di sottobosco oscurato dall’ombra dell’inconfessabile, dove tutto deve avvenire nella protezione del gruppo dei simili: “Non so il perché né lo voglio sapere, so che mi eccita e basta, però so con certezza che non è una cosa di cui posso vantarmi in giro”, confessa in rete un altro adepto.
Quindi un concentrato di sadismo, voyerismo, abuso di chi è indifeso, uso indiscriminato di animali: un mix che indiscutibilmente risulta alla maggioranza della gente del tutto incomprensibile e ripugnante; come sempre però il mostro non esiste, i marziani restano su Marte: ciò che avviene può non avere giustificazioni, ma di certo contempla spiegazioni nella sua genesi, che è doveroso ricercare  se al biasimo si vuole sostituire la possibilità di una approccio che sia non tanto terapeutico quanto piuttosto di prevenzione.
E’ necessario considerare che esiste una gradualità di comportamenti, il primo dei quali è riferito al maltrattamento degli  animali attuato per  il puro piacere che esso procura. Il campo è quanto mai vasto e composito, meritevole di adeguato approfondimento. Limitandoci a pochi  riferimenti, il primo è  alle sevizie di animali messe in atto dai bambini: se, invece di essere  minimizzate, sdoganate quali accettabili corollari di fasi evolutive, fossero adeguatamente prese in considerazione, consentirebbero non solo una doverosa stigmatizzazione, ma anche la possibilità di una precoce messa a fuoco di un disagio di cui sono in realtà l’espressione: i bambini crudeli con gli animali stanno attestandosi in una pericolosa posizione all’interno di una catena in cui il più forte abusa del più debole: la denuncia implicita troppo poco accolta, il grido inascoltato  è quello di chi è  vittima, prima di trasformarsi in carnefice, di chi mette in atto su chi è più debole di lui le sevizie, fisiche, sessuali, psicologiche, che lui stesso ha dovuto o deve subire.
Un’altra eclatante situazione di incrudelimento sugli animali ha luogo nella  tauromachia, che molto ha da condividere con il  crush fetish, anche se, a differenza di questo,  le sensazioni che ne derivano non vengono consumate nel senso di colpa, ma anzi orgogliosamente esibite in un’atmosfera ammantata di macismo. Il riferimento è innegabile per quanto disconosciuto: in questo caso vi è un animale, che è grande e forte, ma reso debole perchè ferito e sfiancato; il torero, invincibile grazie all’apparato a disposizione, è lì con lo scopo preciso di ucciderlo, tutto teso a pregustare il piacere che gliene deriverà. Intorno una folla di spettatori/voyeristi, senza nulla  rischiare, segue lo spettacolo in un crescendo di eccitazione che culmina nell’orgasmo finale in cui la tensione si scioglie e il piacere si consuma nell’esaltazione collettiva, che aumenta la fascinazione del rito, legittimato dall’ampio consenso sociale. Di autoconsapevolezza della perversione in atto nel godimento che deriva dal terrore del toro, dal raccapriccio del sangue tutto intorno, dalla sua agonia che lo trasforma da potente ed orgoglioso animale in un essere piegato e vinto, buttato ad impazzire di dolore in un’arena altrettanto impazzita, non vi è traccia. Se poi tra gli spettatori che agiscono un’identificazione sadica con il torero ve ne siano alcuni che invece si immedesimano masochisticamente con il toro, non mi risulta sia al momento oggetto di studio: già sarebbe pallida testimonianza di un’empatia di cui in quel contesto sembra smarrita ogni traccia.
Non sentiamoci al sicuro, noi, eredi e discendenti di quegli antichi romani che degli strazi di umani e non umani nelle arene avevano fatto motivo di gioia. Ci siamo liberati degli spettacoli più cruenti, ma ostinatamente conserviamo  migliaia di sagre paesane, ancora oggi ben tutelate dalla legge, che vedono asini, mucche, conigli, rane, oche tormentati e a volte uccisi per il piacere del pubblico festaiolo: il linguaggio, con il suo potere di mistificare la realtà, le chiama tradizioni: e questo sembra bastare. In tema di maltrattamento animale, quasi pleonastico ogni riferimento alla caccia, che, ormai priva di qualunque nesso con le  necessità alimentari, si risolve nel piacere sadico della sopraffazione mortale di esseri indifesi.
Non si può prescindere da tutto ciò se si vuole percorrere la strada della comprensione, perchè anche questo è il loro terreno di coltura: ci si abitua a tormentare animali, si impara a provare piacere nel farlo, avvallati  dalla cultura in cui si è immersi; colpevolmente lo si insegna ai bambini. E poi ci si meraviglia del possibile proseguo : quando patologie di base impediscono, a causa di problemi intrapsichici e relazionali, una sessualità libera e matura, questa può incanalarsi nelle strade che sono state spianate e assumere  forme deviate e valenze feticiste, che la creatività di ognuno arricchisce di sempre nuove forme. Inavvertitamente si supera il confine del confessabile e progressivamente ci si allontana da quello che (incredibilmente!) viene considerato politicamente coretto per rintanarsi in una solitudine tanto più vergognosa quanto maggiore è il contrasto con la liberalizzazione della società intorno.
Le affermazioni reperibili  nei forum del crush dimostrano che, accanto all’imbarazzo e al disagio, i ”seguaci” provano anche consapevolezza che lo iato che li separa dal mondo “sano”, fortemente giudicante nei loro confronti, si nutre di  ipocrisie salvifiche: “Si fanno molte più torture su animali da pelliccia o particolari riti per uccidere animali da allevamento”, “viviamo in un paese dove è legittima la caccia, dove le aragoste si cuociono vive, dove esistono i mattatoi”.
Certo, il confronto vantaggioso è un meccanismo di difesa dalla portata notevole: sono sempre gli altri a macchiarsi di peccati mortali, al cui confronto i nostri sono veniali, perdonabili. Consente anche di  richiamare l’esistenza di altri siti, un po’ più protetti, ma comunque raggiungibili, in cui sono bambine e bambini ad essere ridotti al rango di oggetti di un desiderio sessuale ammantato di violenza. Al confronto di tali turpitudini, il fenomeno  del crush viene giudicato un crimine bagattellaro, ammesso che  crimine lo si consideri.
Ma non si può ancora oggi restare inconsapevoli del legame che unisce tutte le forme di violenza, legame che i più illuminati tra i filosofi avevano già messo in luce due mila anni fa, a partire da Plutarco e Teofrasto passando per Kant per arrivare ai giorni nostri, quando anche la psicologia a partire dal 1987, con l’inserimento, nel DSM-III, della violenza sugli animali tra gli indicatori del Disturbo della Condotta e del Disturbo Antisociale di Personalità lo a definitivamente codificato.
In particolare l’esistenza di un continuum tra vittime–bambini e vittime-animali, uniti dalla comune debolezza, vulnerabilità, incapacità di difendersi, è evidente, perché fin troppo facile è prevaricare e tormentare chi non può difendersi. Il pensiero corre più che  ai bambini occidentali, divenuti, per altro solo negli ultimi secoli, soggetti di diritto, a quelli dei paesi poveri, vittime dell’abbietto turismo sessuale,  stigmatizzato a livello giuridico, ma alla cui lotta, come dimostra il numero incredibilmente esiguo di condanne,  non è dedicato un impegno adeguato alla vastità del fenomeno. Per quanto riguarda gli animali, il disconoscimento dei loro diritti conosce ben poche limitazioni a seconda delle aree geografiche.
In conclusione, anche le azioni più oscene e riprovevoli non sono mai opera incomprensibile di mostri, di alieni: esiste una progressione sulla strada del male, alimentata anche dalla noncurante connotazione attribuita a comportamenti che sono invece i prodromi del peggio e che è necessario riconoscere, andando al di là dei richiami ad abitudini, cultura e tradizioni, che non servono ad altro che a rendere irriconoscibile  e non decodificabile la realtà.
Per quanto riguarda la signora di Rho, che ci dicono madre di tre figli, c’è davvero da augurarsi che gli interventi nei suoi confronti non si limitino ad una  condanna, che pure possiede un innegabile valore simbolico: non può essere sottostimata l’ipotesi che le forme sessualizzate di crudeltà possono essere più specificatamente collegate ad una storia di abuso sessuale (Frank Ascione).
 Se agli  animaletti torturati e uccisi si può solo rendere tardiva giustizia non minimizzando e svilendo la loro sofferenza,  bisogna contestualmente ascoltare il campanello d’allarme che sta suonando impazzito richiamando alla consapevolezza del link che unisce ogni forma di violenza e crudeltà. E del ruolo imprescindibile di educatore di ogni genitore, nella coscienza che l’educazione deve essere prima di tutto quella al rispetto dell’altro, tanto più necessario e doveroso quanto più debole questo altro è.


[i]Bibliografia
Il sesso smarrito, di Francesco Parenti, De Agostini 1991
Bestiality and zoophilia a discussion of sexual contact with animals, di Andrea M. Beetz, in The international handbook of animal abuse and cruelty, Purdue University Press, 2010
Bambini e animali. Le radici dell’affetto e della crudeltà. Di Frank Ascione, Edizioni Cosmopolis, 2007
DSM, III e IV edizione, Manuale dei Disturbi Mentali , Edizioni Masson 1987 e 1994.  

1 commento:

  1. sempre bravissima e arguta nelle riflessioni.
    Io voglio solo aggiungere che il PETA ha su youtube un bel filmatino corto e ironico (tipo film del terrore anni 50 molto ben fatto) sui bambini che si divertono a spaventare i piccioni (basta digitare Pigeons sul motore di ricerca).
    Io la cosa che trovo sempre scandalosa è che questa gente si riproduca !!!
    Non vorrei ripetermi ma se la famiglia austriaca che ha dato i natali ad Adolf quella sera fosse andata al cinema forse adesso saremmo tutti differenti.
    Quindi vasectomia d'ufficio per i maschi inseminator e sterilizzazione coatta a simili mamme, mi sembra il minino.
    E' un po' come la proflisassi contro le possibili per contenere le epidemie.
    I maestri, i genitori, i vicini di casa, gli amici, che hanno avuto il piacere di frequentare quella nobildonna, non hanno mai capito e fatto niente?
    saluti orgogliosi di conoscerti e antispecisti
    Stefano Bernardi

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