venerdì 6 aprile 2018

SCIMMIETTE E SCIENZIATI: DALLA CINA SENZA AMORE




   I fatti: il 24 gennaio 2018, sulla prestigiosissima rivista Cell, l’Istituto di Neuroscienze dell’Accademia delle Scienze a Shanghai comunica la nascita, a due settimane l’una dall’altra, da due madri surrogate,  di due cucciole di macaco, frutto di clonazione; sono stati dati loro i nomi di Zhong Zhong e Hua Hua, in orgoglioso onore delle loro origini: Zhonghua, spiegano, significa infatti “popolo cinese”.
Tappa importante di un percorso avviato da molti anni: era il 1999 quando ebbe luogo la prima clonazione, in Oregon,  di Tetra, un’altra femmina di macaco, ottenuta però con una metodica diversa, vale a dire con la scissione dell’embrione che imita l’origine naturale dei gemelli omozigoti. La nuova tecnica, che gli scienziati indicano con la sigla SNCT (trasferimento nucleare da cellule somatiche), è invece quella che aveva dato vita nel 1996 alla famosa pecora Dolly (per la cronaca, “abbattuta” a circa 7 anni di età a causa di complicazioni di un’infezione e finita imbalsamata al National Museum of Scotland) a cui ha fatto seguito la clonazione di altre 23 specie di mammiferi: maiali, gatti, cani, ratti….; con l’Italia all’avanguardia  grazie al toro Galileo, alla cavalla Prometea e a un rinoceronte bianco.
Perché tanto clamore allora? Perché oggi si è ottenuto quello che con i primati era sempre fallito, e che permetterà, a detta degli scienziati, la creazione di un “esercito di scimmie” a fronte dei solo 4 cloni permessi dalle metodiche precedenti; ma soprattutto perché le scimmie sono “così vicine all’uomo”, come ha esclamato il cardinale Elio Sgreccia, paventando il possibile, diciamo pure probabile, passaggio alla clonazione umana, sulla scorta di quello che un altro cardinale, Angelo Bagnasco definisce “delirio di onnipotenza” . Tra gli scienziati sono quelli di area cattolica ad esprimere critiche, intravedendo ambizioni faustiane  dietro gli scopi filantropici, mentre gli altri esultano in nome della scienza o, se mai, come fa il ricercatore Cesare Galli, lamentano polemicamente quelle che ritengono restrizioni (sic!) ingiustamente imposte alla ricerca italiana.  Grandi assenti nel dibattito, che si snoda tra timori etici totalmente antropocentrati ed  entusiasmi scientifici, sono loro, le protagoniste perplesse e inconsapevoli su cui tutta la partita si gioca: una partita tutt’altro che piacevole dal momento che sono destinate a fungere da “modelli” per lo studio di malattie (Parkinson, Alzheimer, tumori, malattie del sistema immunitario e metabolico…) che quindi dovranno essere fatte insorgere sui loro corpicini. Insomma: animali da laboratorio da far crescere per un po’ in ambienti totalmente protetti, quanto più possibile sterilizzati affinchè, non sia mai, non si ammalino di alcunchè, per poi procedere scientemente a farle ammalare di patologie che presumibilmente in natura non potrebbero mai sviluppare. L’auspicato esercito di loro omologhe permetterà magari anche un po’ di tranquillità nell’uso, qualche spreco, qualche generosità nell’impiego del “materiale”, che ci si va assicurando abbondante.
E’ in onda la reificazione totale di questi animali: “prodotti”, allevati, usati, fatti morire in nome dell’assoluto interesse umano, in spregio totale di una qualunque delle loro esigenze etologiche, a fare inizio da quelle delle madri surrogate, da cui vengono subito allontanate, per continuare con quelle connesse alle loro prime fasi di vita in cui, come per ogni mammifero, sarebbe fondamentale il contatto fisico con la madre, fonte di calore, rassicurazione, protezione, cura, affetto. Tutto già visto in ogni esperimento a cui venga data visibilità, cosa non comune in quanto lo scudo delle necessità scientifiche tiene in genere lontani occhi e orecchie indiscrete da quelle che facilmente potrebbero essere giudicate mostruosità. Inevitabile ripensare ad Harlow e ai suoi macabri esperimenti, negli anni ’60 del secolo scorso,  sui piccoli macachi privati delle cure materne: sofferenti, disperati, disposti a barattare il latte per  un po’ di morbidezza fasulla da parte di un peluche. Oggi rivediamo il film già visto: unica consolazione per ciascuna delle scimmiette cinesi è la presenza dell’altra: le foto le ritraggono spesso abbracciate, vicine, a cercare rassicurazione nell’altra uguale a sè, ugualmente fragile, pollice in bocca e sguardo mobile su  qualche brandello di realtà, per loro fortuna ancora indecifrabile, almeno per un po’. Intorno tutta una miriade di peluches colorati, risarcimento a prezzi di realizzo delle loro vite scippate.
Ora, in questo contesto, l’animata discussione sulle potenziali  implicanze etiche che lo sviluppo della situazione potrebbe comportare, è già all’origine di una forma di mistificazione della realtà: sostenendo che  nel futuro, con il passaggio all’uomo, potrebbero insorgere questioni morali implicitamente si nega che le questioni morali siano invece già insorte, con l’uso e l’abuso stesso delle due scimmiette; lo si fa in totale rimozione e negazione del  dibattito che da anni oppone il vivisezionismo all’antivivisezionismo etico contestualmente agli approfondimenti etologici che non lasciano il minimo dubbio che quelli che loro chiamano modelli siano in realtà esseri senzienti, dotati di consapevolezza.
Le forme della comunicazione sono funzionali allo scopo da perseguire, che è la sterilizzazione di ogni pensiero relativo alla sofferenza di Zhong Zhong e Hua Hua: nelle parole di Giuliano Grignaschi, responsabile del benessere animale (sic!) dell’istituto Mario Negri, si legge che “si ridurrà il numero di campioni impiegati per fare le misure e, di conseguenza, il numero di animali sacrificati per ogni singolo esperimento”. Davvero un capolavoro comunicativo: in primo luogo si fa sapere che il successo scientifico va nella direzione di una diminuzione degli animali usati nei laboratori: nessuna indicazione sul numero di loro di cui ogni esperimento necessiterà, né a quali e quante sofferenze saranno sottoposti: l’uno e le altre potrebbero essere enormi, ma viene richiamata  solo la loro riduzione,  da offrire ad un’opinione pubblica che si sa sempre meno sprovveduta e sempre più sensibile ad un’informazione, o meglio ad una controinformazione la cui credibilità è sorretta da reportage, immagini, video, che raccontano una realtà ben diversa da quella ufficiale.  Non solo: nel comunicato gli esseri animali, soggetti della sperimentazione, vengono designati con il nome di “campioni”, ridotti quindi al loro uso (e abuso) identificato con la ragione stessa del loro esistere, che scalza la loro natura di esseri senzienti. Esattamente come le mucche da latte esisterebbero per compiere la mission ineludibile di consegnarci il latte in realtà destinato ai loro vitelli e gli animali da pelliccia per essere scuoiati in nome della nostra vanità, le scimmiette sarebbero campioni da usare in laboratorio. Nè può mancare da parte del Grignaschi il trito riferimento al “sacrificio” che  ogni esperimento pretende, con quel richiamo al sacro, a cui la parola stessa rimanda, che  suggerisce  una sorta di libera scelta da parte delle vittime all’autoimmolazione. Quali equilibrismi verbali sono necessari per sdoganare inaudite sofferenze dal pulpito di difensore del “benessere animale”! Anche il Sole 24ore sa bene monopolizzare la direzione dell’informazione: “Scimmie clonate, nuova tappa per la cura di Parkinson, Alzheimer, tumori” scrive il 25.01.2018 : e punta l’obiettivo su un orizzonte ottimista in cui la cura di malattie, che invadono con il loro carico ansiogeno l’universo delle nostre paure, avanza verso possibili successi; tanto basta perché le piccole  e spaventate Zhong Zhong e Hua Hua. tornino ad essere semplicemente “scimmie clonate”, sorta di marziani irraggiungibili dalla nostra empatia.  
Insomma: da parte dei media un ottimo lavoro di desensibilizzazione, che, pur nella sua efficienza, non riesce però ad impedire una sorta di sbigottimento che invade parte di noi alle parole del senatore radicale Marco Perduca (Huffington Post 26.01.2018), il quale si augura “che Zhong Zhong e Hua Hua  prendano il posto dei tanti gattini che infestano i social, perché sono i veri migliori amici dell’uomo”, augurio che interroga ferocemente su quale sia il concetto di amicizia che alberga nella testa e nel cuore del senatore, che si spera abbia straparlato in un momento di confusione. Perché se invece è davvero l’universo di dolore che stiamo approntando per le due scimmiette ciò che riserviamo ai nostri migliori amici, davvero bisognerà convincersi che  davvero non ci sono più speranze per l‘umanità.

venerdì 23 marzo 2018

GLI AGNELLI NON RISORGONO A PASQUA



  
Ci risiamo: è pasqua un’altra volta per le persone di buona volontà, che però non possono ignorare che non solo di resurrezione saremo qui a parlare, perché altre morti incombono che saranno però definitive, senza riscatto né nuove vite davanti. Gli agnelli sono nati da poco e fra pochi giorni saranno teneri al punto giusto. Ancora un po’ di latte dalla mamma, quella che ululerebbe se solo sapesse dove vengono portati i suoi piccoli, partoriti magari nella fantasia di vederli correre nei prati verdi dei loro desideri. E invece  è sui camion che vengono caricati,  ammassati l’uno addosso all’altro  a  belare a un cielo che tanto non si scompone perché se ne frega del dolore di quaggiù, e poi dentro all’inferno: gemiti e  bestemmie, lamenti e imprecazioni, braccia forti e lame affilate, e poi sangue, sangue ovunque. Senza perdere tempo,  perché ce ne sono proprio tanti da legare e poi ammazzare, e per quanto si sia esperti a farlo  a catena di montaggio, un po’ di tempo per sgozzare occorre e sono tanti i cuccioli necessari a soddisfare tutti quelli che l’agnello pasquale, inteso come arrosto, lo considerano irrinunciabile, per quanto a giustificazione non ci siano  certo fame nè digiuni da compensare: è solo che chi ama Dio a quel sacrificio di un innocente sembra non voler proprio rinunciare, non sia mai che, senza l’agnello a riproporlo,  qualcuno si scordi del dolore che Gesù ha sofferto, vittima innocente e senza scampo, inerme e dolorante. Ma anche chi con la metafisica e l’al di là non ha grande dimestichezza e, diciamolo, neppure il benchè minimo interesse, non ci sta  a sentirsi escluso: se anche non richiama  l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo quello che vuole nel piatto, è pur sempre una gustosa incarnazione.
La mattanza degli agnelli non potrebbe neppure essere immaginata nella sua raccapricciante violenza, se non ci fossero i filmati visibili in rete e le ancora timide inchieste televisive a sbarrare la strada ad  alibi costruiti sull’ “io non immaginavo proprio”. Nella mattanza è davvero arduo rintracciare  richiami alla vittima “sacrificale”: qualunque elemento “sacro” è irreperibile, indeclinabile nel terrore degli agnelli davanti a quei laghi di sangue,  incapaci di rivolta, che si orinano addosso per la paura, forse increduli: tutto questo non può essere vero, perché non può esistere nessun Dio così sanguinario da sentirsi appagato dalla carneficina consumata sulla loro carne.  Convinzione ingenua, che non tiene conto delle capacità umane di elaborare spiegazioni per ogni nefandezza e di giustificare ogni ignominia, dotando di senso l’irragionevole. E’ all’uomo sapiente che è riuscita la barbara invenzione della vittima sacrificale, del capro espiatorio, innocente e debole,  da investire con la mission incredibile di togliere i peccati dal mondo, quelli da lui stesso compiuti.
Bene argomenta Andrèe Girard con le sue analisi,  illuminanti nel ricercare il bandolo della matassa in alcune delle tante forme di violenza così virulenta nella specie umana. Specie umana in cui l’aggressività, lo sappiamo bene, raggiunge livelli talmente stratosferici da porci costantemente sul baratro dell’autodistruzione. Proprio per arginare il rischio, lui spiega, nel corso della storia l’aggressività, nostra  fondamentale dotazione,  è stata incanalata simbolicamente su qualcuno “altro da noi”, un capro espiatorio, che ne assorbisse una fetta importante. Nella necessità di mettersi al riparo da possibili pegni da pagare,  vendette o ritorsioni, è stato da subito chiaro quanto fosse fondamentale scegliere la vittima tra chi fosse debole, senza diritti, privo di tutele, non minaccioso, impossibilitato a  generare  sentimenti feriti forieri di  successive vendette:  ottimi gli orfani o gli schiavi, per intenderci. Ma col tempo  il meccanismo si è perfezionato: perché non gli  animali non umani, che possono essere totalmente assoggettati, che occupano amplissime zone neppure lambite da diritti, rispetto, giustizia? A loro si può bene affidare il compito di espiare gli errori e le nefandezze nostre, di pagare le colpe al posto dei colpevoli: l’aggressività viene distolta dal consesso umano ed attirata altrove, con l’attenzione rivolta a mettersi comunque al riparo da qualsiasi conseguenza scansando, tra loro,  quelli che sono forti e pericolosi: meglio lasciar perdere leoni o tigri e rivolgersi ad altri più gentili, innocui, inoffensivi: insomma,  quelle vittime ideali, di cui l’agnello, senza colpa e senza forza, è l’esempio più fulgido.
In ogni caso, alla fugace apparizione sulla terra di centinaia di migliaia di agnelli, per restare alle cifre italiane, non verrà posta orrenda fine solo in nome di tradizioni e credenze: altri laicissimi riti nascono e muoiono a tavola, senza sublimazioni di senso, in esclusivo omaggio a piaceri di palato e pancia, con consumi che registrano impennate nel periodo pasquale, ma comunque non hanno tregua nel corso di tutto l’anno. Qualcosa però comincia a smuovere dal profondo un bel po’ di coscienze, come dimostrano le stragi che, per quanto inaccettabilmente diffuse, negli ultimi anni hanno visto i numeri decrescere significativamente, tanto da avere registrato lo scorso anno circa 600.000 agnelli uccisi a fronte dei 900.000 di pochi anni prima. Ben poco da celebrare, perché queste cifre non lo consentono di sicuro, ma un fenomeno è innegabile: le “scriteriate campagne animaliste”, come gli allevatori definiscono rabbiosamente gli appelli a porre fine alla mattanza, possono contare su un meccanismo che vale la pena mettere a fuoco. Per fare del male a un altro, umano o non umano che sia, c’è bisogno di  poter sostenere che quel male lui se lo merita: il nemico di ogni guerra, per facilitare il compito di andare a sterminarlo, prima viene sempre descritto come colpevole, malvagio, pericoloso in modo da sollecitare contro di lui l’odio necessario, spesso connotandolo con epiteti animali ritenuti svilenti: topi di fogna, cani rognosi, scarafaggi, figli di cagna sono chiamati quelli da andare a massacrare, nella certezza che l’identificazione con animali dipinti come tanto repellenti sarà utile a rappresentarli come degni del destino che a quegli animali appunto è sempre riservato. Anche in delitti più casalinghi, ideati in proprio, la vittima viene costantemente insultata e vituperata nel momento stesso in cui viene percossa, ferita, uccisa: si insultano le donne nel momento dello stupro, i senza dimora quando vengono brutalizzati, l’appartenente al clan avversario quando punito. E’ il modo che abbiamo per convincere noi stessi che siamo nel giusto e stiamo compiendo non un atto vile, ma un’azione encomiabile, è un “sto facendo la cosa giusta” tutto a nostro vantaggio. Il meccanismo viene applicato in forma per così dire istituzionalizzata nei confronti di tutti gli animali che quotidianamente assoggettiamo alle più brutali pratiche: dobbiamo dire e dirci che i maiali sono sporchi, brutti, ricettacoli delle peggio inclinazioni per diffamarli al punto da trasformare quasi in atto meritorio, di pulizia, giustificato e condivisibile, il nostro ingabbiarli e scannarli; offriamo una pessima rappresentazione dei polli, costantemente denigrati nel nostro linguaggio; la narrazione della vita dei pesci li deindividualizza, li riduce a peso, neppure a singole entità: solo per iniziare un elenco in realtà infinito. Questa operazione auotassolutoria risulta francamente complicata con gli agnelli: loro non sono sporchi, ma bianchi come il latte; non sono aggressivi, ma totalmente indifesi; non risulta neppure siano stupidi: davanti a loro ci inteneriamo, ci commuoviamo al loro essere indifesi, vorremmo abbracciarli e coccolarli.  
 Un bel problema per allevatori e industria, che qualche difficoltà cominciano a incontrarla nel contrastare i dilaganti manifesti pubblicitari in cui un agnellino belante, occhi nei nostri occhi, sembra implorare di non fargli del male. Cosa opporre alla supplica accorata? Le leggi dell’economia e del mercato, i potenziali passivi delle aziende? Argomentazioni francamente un po’ povere per ritagliarsi uno spazio nel miscuglio di sensi di colpa e intenerimenti che dilagano dentro di noi.
 Non è un caso che la pubblicità, che dai media cartacei e dalla televisione, ci sollecita quotidianamente, con sprezzo ed allegria, a nutrirci di cadaveri di maiali, polli, tonni, si astenga prudentemente dal fare altrettanto con gli agnelli: molto meglio glissare, evitare una pericolosa esposizione della “materia”; e non si insiste tanto nemmeno perchè questa “carne tutta italiana” venga introdotta nelle  mense scolastiche, da cui a tutt’oggi pare sia esclusa.
In conclusione, un esercito di vite appena nate sta per l’ennesima volta per essere immolato sull’altare dei nostri credi e dei nostri appetiti, non diversamente da quanto avviene quotidianamente con tutte le altre specie non umane, egualmente sfruttate e martirizzate. Le nuove sensibilità in ascesa mostrano però che, tra le vie che portano ad un cambio di paradigma, ne esiste una  che passa anche dal riconoscimento del valore intrinseco di ogni vita: riconoscere gli altri, ogni altro, nella sua essenza, anziché nella narrazione diffamatoria che tanto spesso facciamo di lui, è atto dovuto nei suoi confronti, lo è esattamente come nei nostri dal momento che, come dice Danilo Mainardi, “le scelte esercitate contro gli animali sono anche scelte contro di noi”: non verità con cui compiacersi perché bella da enunciare, ma strada tracciata nella direzione di  una nostra trasformazione. Perché, con le parole di Guido Ceronetti,  “tutte le torture, i patimenti, i terrori inflitti agli animali appartengono legittimamente al dolore infinito della storia e ne modificano il senso, se ne abbia uno”.

venerdì 15 dicembre 2017

UOMINI E ANIMALI VISIONARI E RIBELLI






   Drapetomania  è un termine che pochi conoscono e poco male che si sia perso, insieme a ciò che letteralmente designava.
 Vale però la pena ripescarlo dalle nebbie in cui si è giustamente dileguato perchè troppo spesso succede che le radici di un passato che ci illudiamo superato sforino  il terreno, magari in un altrove lontano, e l’albero ricresca con il proprio florilegio di nefandezze. Riscopriamo allora che, nel corso del 1851, tale Samuel Cartwright (1793-1863), che di professione faceva il medico e di casa stava negli Stati Uniti, lo ideò per dare nome a  un disturbo mentale, caratterizzato dall’insano desiderio di fuga coltivato dagli afroamericani, schiavizzati sul Nuovo Continente (“…quella fastidiosa abitudine del fuggire, che hanno molti negri…” diceva). Il  tutto per non svolgere il compito a loro affidato che era appunto quello di fare gli schiavi, secondo i dettami biblici che prevedevano, a detta di  Cartwright, che al loro  padrone rimanessero sottomessi e quindi non desiderassero andarsene. Non solo i comportamenti, ma anche i desideri, lo sappiamo bene, sono peccaminosi….

venerdì 21 luglio 2017

VIETATO FRUSTARE I CAVALLI



 

  VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia.
La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno,  perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno  quando e quanto forte,  punisce un peccato non commesso.

mercoledì 21 giugno 2017

BENESSERE ANIMALE CHE NUOCE AGLI ANIMALI




     “The times they are a-changin’”: finiva il 1963 quando Bob Dylan la cantò per la prima volta dando voce all’urgenza e alla fascinazione di un cambiamento che sembrava destinato a  travolgere il mondo; ideali di rinnovamento, giustizia, pace, sollecitati dalla forza esplosiva di un’intera generazione di giovani, pronti a rivoltare il mondo, che così come era fatto non si poteva proprio sopportare. Da allora è risuonata in mille contesti dove la rivolta contro l’ingiustizia faceva sventolare la bandiera di ogni speranza; nella rimozione autoprotettiva che quei versi erano risuonati per la prima volta giusto quando John Kennedy veniva assassinato: dettaglio non trascurabile mentre il sogno veniva spacciato per previsione.
Potenza delle parole e potenza dei sogni. Così anche oggi la tentazione di ripeterle è grande davanti al dilagante movimento contro la sopraffazione  dei nonumani, che si manifesta nelle forme indecenti, irracontabili, variegate, ciniche, sadiche che sa assumere. L’ingiustizia sembra tale da dovere per forza implodere e nel giro di pochi decenni, ma essenzialmente negli ultimi anni, davvero tantissime cose sembrano essere cambiate: si denunciano le atrocità compiute nei macelli, nei laboratori di vivisezione, nel dietro-le-quinte dell’addestramento degli animali esotici nei circhi, si guardano con disprezzo attività quali caccia e pesca, sagre e zoo, per legittimate che siano. Persino nel campo dell’alimentazione, quella connessa alla pochezza della nostra (in)capacità di agire sugli irrinunciabili piaceri della gola, tante cose si muovono: un termine quale vegano, incomprensibile ai più fino all’altro ieri, è ora sdoganato in tanti bar e ristoranti; vengono pubblicati persino libri il cui titolo, “No vegan”,  sta a metà strada tra la supplica di chi non ne può più (“Basta, vi prego”) e l’appello di chi, seriamente  preoccupato,  passa al contrattacco (“Tutte storie”); maltrattamenti di animali d’affezione raramente hanno luogo in  pubblico e, quando succede, le conseguenze mediatiche sui responsabili sono dilaganti. Pur nella consapevolezza trattarsi di gocce nel mare, la tentazione di farsi invadere da una vaga soddisfazione, che attutisca il tormento sperimentato da tutti coloro che sentono nelle loro corde l’inferno quotidiano dei nonumani, è davvero grande.

sabato 18 marzo 2017

CAVALLI: QUELLA VITA CHE FU TENUTA A FRENO



Uno frustato nel maneggio di Capalbio, uno abbattuto nella corsa sul ghiaccio a St Moritz

In questi ultimi giorni i cavalli sono divenuti protagonisti di almeno un paio di situazioni di interesse mediatico: e, visto il trattamento che devono subire, davvero ne avrebbero fatto volentieri a meno.

Una notizia, riportata su alcuni media stranieri, ma non risulta su quelli italiani, riguarda la corsa ippica (27.02.2017) del White Turf di St Moritz, interrotta in seguito alla caduta rovinosa di un cavallo, Boomerang Bob: secondo consolidata norma, il fantino ferito è stato trasportato in elicottero in ospedale, il cavallo più sbrigativamente è stato soppresso. Stava correndo al galoppo sul ghiaccio, perché questo è il White Turf. Si potrebbe disquisire a lungo sul senso del costringere cavalli a correre  su un tale genere di “terreno”l e ancora di più sull’abitudine di risolvere le immancabili tragiche cadute con un colpo di pistola, che sembra spazzare via ogni responsabilità, poco cambia se ad essere teatro delle sconsiderate corse sono le nobili curve di Siena, i ghiacci elitari di St Moritz o le strade di una malfamata Catania.  Senza entrare ulteriormente nel merito, l’episodio è utile a sottolineare che questa è la norma per i cavalli fortunati, quelli cioè non destinati alla macellazione.

sabato 18 febbraio 2017

IL MILAN, MONTELLA E LE FAVOLE VEGANE




     
Difficile ignorare, anche se del tutto insensibili all’argomento, che il Milan in un paio di settimane è riuscito a inanellare la bellezza di ben  quattro sconfitte, in campionato e fuori: gran brutta esperienza, meritevole di approfondimenti su un numero impressionante di canali televisivi, impossibili da dribblare (sic!) se solo si fa un po’ di zapping. Farlo è comunque interessante perchè inaspettatamente immette nel vivo di animate discussioni sul veganismo, che deve essere diventato un fenomeno davvero inquietante se riesce ad invadere anche questo genere di spazi. E se ne scoprono allora della belle.

La faccenda è ormai risaputa: nell’ottobre scorso l’allenatore Vincenzo Montella stabilisce per la sua squadra un nuovo regime alimentare, con l’ausilio del preparatore atletico Emanuele Marra e sotto la guida della naturopata Michela Valentina Benaglia. Si comincia a parlare di dieta vegana, ma un po’ a bassa voce, con un interesse tutto sommato molto contenuto. Che resta tale fino ai giorni scorsi, quando le performances non proprio entusiasmanti dei  rossoneri hanno scatenato la caccia all’untore: individuato appunto nel veganesimo, rinato dalle ceneri dell’indifferenza per finire  lì sul banco degli imputati: sarebbe riuscito ad indebolire gli atleti, nel fisico certamente, ma anche nel morale, nella psiche. Un giocatore, coraggiosamente trincerato dietro un anonimato  forse degno di più temibili minacce, avrebbe confidato al giornalista “…mi alleno meglio con la carne rossa” (Pianeta Milan, 03.02.2017): il giornalista, comprensivo, afferma a commento che “l’istinto carnivoro comincia a farsi sentire”, sostenuto nella sua visione delle cose da un suo collega di Repubblica, Enrico Currò, il quale, umilmente, attribuisce valore scientifico alle proprie convinzioni quando afferma che “…la carne rossa…tra l’altro è parte importante della dieta da calciatori”. Si, sì: proprio quella inserita nell’elenco degli alimenti “probabilmente cancerogeni” dall’OMS (Lancet Oncology, 26.10.2015). All’ a.d. Galliani non resta che giocare sulla difensiva (sic!) e rassicurare che quella imposta non è una dieta vegana, ma vegetariana (Corriere dello Sport, 5 febbraio)! Così magari i tifosi si tranquillizzano nel sentire che i loro eroi sono sì sottoposti a sacrifici, ma non estremi.  Di sacrifici e rinunce non si astiene dal parlare lo stesso Montella, severo sì, ma consapevole che la dura scelta è il prezzo da pagare sulla via della gloria (che magari arriverà).