sabato 19 novembre 2016

IL CANE ANGELO, randagio  di Calabria


    
Angelo è il nome dato al cane di Sangineto, provincia di Cosenza, massacrato per gioco da quattro balordi, anzi no, molto peggio:  da quattro ragazzi normali. Nome, quello di Angelo, che riporta ad una contaminazione distrattamente trascurata: quella di un essere umano che è però dotato di parti squisitamente animali, le ali, che, lungi dallo sminuirlo, gli attribuiscono un’essenza soprannaturale, che va oltre l’umano per collegarsi direttamente con il trascendente. Essere che racchiude in sé in modo ben visibile quella animalità, che siamo portati a dimenticare, a disconoscere e a misconoscere: e il cane Angelo, che scodinzolava a quelli che lo bastonavano e non reagiva mentre lo stavano ammazzando a badilate, ma li guardava, indifeso e mite fino all’ultimo respiro, davvero sembra testimoniare di un’essenza tanto più grande della nostra, incomprensibile a chi si limita a ragionare sul registro di azioni e speculari reazioni: azioni che, quando sono violente, generano reazioni che lo sono altrettanto.

La storia di Angelo ha riempito le cronache recenti, sollevando enorme indignazione, ma sfortunatamente è solo la punta dell’iceberg di una situazione molto diffusa: Angelo è assurto alla ribalta di una cronaca nero pece soprattutto perché della sua tortura si sono vantati i responsabili, che l’hanno filmata e  messa in rete, in quel moderno ricettacolo cioè, che è una sorta di cloaca massima in cui tutto confluisce, senza filtri, alla ricerca di una visibilità che amplifichi le proprie “gesta”, e lusinghi di una popolarità perseguita con ogni mezzo. Nel caso diffuso in cui non si abbia altro di cui vantarsi, ci si vanta della propria pochezza, scambiandola per audacia: purchè gli altri  guardandoci ci illudano che meritiamo attenzione:  e si arriva a mettere in scena un film dell’orrore, ridendo e sghignazzando.  

I quattro di Sangineto l’obiettivo della  popolarità l’hanno certamente ottenuto, popolarità di dimensioni che non avrebbero certo potuto immaginare, ma, purtroppo per loro, di segno contrario a quello previsto. Trasmissioni televisive, manifestazioni, interviste hanno fatto da megafono ad  una vasta condanna, e hanno esposto i responsabili ad una meritatissima gogna. Purtroppo le reazioni non sono andate oltre, in quell’oltre in cui si aprono situazioni che non possono essere ignorate, se davvero l’obiettivo, al di là della doverosa condanna dell’episodio,  è quello di una necessaria prevenzione affinchè nulla del genere debba ripetersi.

Le notizie  di regolari  efferatezze su cani indifesi (come per altro su ogni altra specie animale, a partire dai gatti) si inseguono in resoconti agghiaccianti: volontari, associazioni animaliste, semplici cittadini raccontano con drammatica frequenza di animali sepolti vivi, incendiati, impiccati; foto raccapriccianti che testimoniano creative crudeltà sono reperibili a non finire su facebook. Solo in riferimento alla cronaca recente, poche settimane fa su BlogSicilia sono state postate le foto di un grosso cane seviziato e poi bruciato; mentre a Pantano Borghese (Roma) nello scorso settembre veniva ritrovato il cadavere di un cane bruciato, con gli arti posteriori parzialmente amputati.  L’irritazione dei quattro giovani davanti alla pessima pubblicità che li ha colti impreparati e lo speculare  fastidio dei loro compaesani  (ben documentati nella trasmissione delle Iene, andata in onda il 23 ottobre scorso) discendono certo da insensibilità, ma anche da ruspante incapacità di capire: cosa c’è da scandalizzarsi tanto? -si chiedono un po’ tutti- Dove è il problema se questo è quello che succede   tutti i giorni? “Per un c…o di cane!” è il raffinato commento di uno degli intervistati. “Hanno fatto una cosa giusto per ridere!” argomenta un altro profondo conoscitore delle umane dinamiche comportamentali. “Sono bravi ragazzi: è una bravata!” incita a sdrammatizzare un altro. Anche il prete svicola veloce sulla sua auto, evitando di farsi coinvolgere nelle umane vicende di violenza, perché la vittima, in quanto d’altra specie, esula forse dalle competenze di quel Dio, di cui lui si occupa, per entrare nel raggio d’azione, se mai, di un dio minore.

Bene sarebbe invece che l’orrenda vicenda di Angelo fosse l’occasione per  una seria indagine sui diffusi crimini contro gli animali d’affezione che sporcano tante strade italiane,  sparse da nord a sud, ma senza ombra di dubbio molto di più in alcune regioni meridionali, segnate da una significativa discrepanza rispetto a quelle settentrionali: una ragione, o più d’una, ci sono di sicuro, e le risposte ipotizzabili sono certo interessanti.   E’ fondamentale, per esempio, riflettere che si tratta delle regioni  in cui il randagismo non solo non è sconfitto, ma in alcuni casi neppure affrontato, da una politica che porta il peso di responsabilità enormi al riguardo con la sua colpevolissima e non casuale passività: le indagini del Ministero della Salute sono davvero antiche, segno evidente di sottostima del problema, visto che i dati ufficiali non sono più stati aggiornati negli ultimi dieci anni e si riferiscono quindi alla situazione del 2006 (Dossier randagismo, LAV 2016); nel dossier non sono contenute informazioni (numero dei canili sanitari, sterilizzazioni, cani nei canili, adozioni….) relative alla Calabria, che non ha evidentemente reputato la richiesta del governo degna di risposta: sono informazioni del tutto ufficiose a parlare di una significativa diminuzione a seguito del diffondersi del cimurro, che si sarebbe sostituito ad altri più civili interventi nel compito di contenere il problema.

Non si può sottovalutare la portata incivile del randagismo, per le sue proporzioni (il numero complessivo in Italia si aggirerebbe sulle 6/700.000 unità, a fronte di alcune regioni dove risulta praticamente debellato) ma anche per i suoi correlati. Si tratta  di  un fenomeno dalle ricadute enormi, che va regolarmente di pari passo con le mancate sterilizzazioni: tende quindi  ad amplificarsi in modo esponenziale, dal momento che le cucciolate, mediamente di 5/6 piccoli,  si riprodurranno a propria volta. Le femmine, partoriti i piccoli,  avranno impellente bisogno di cibo per se stesse per poterli allattare;  non essendoci nessuno ad aiutarle, vagheranno ogni giorno per cercarlo, osando anche inoltrarsi per disperazione dove di solito sanno di non poterlo fare, in risposta ad un  insopprimibile istinto materno e di sopravvivenza.  

Inoltre spesso i cani randagi  tendono ad abitare territori prossimi alle aree urbane, perché è lì che possono trovare cibo, e a  riunirsi in branchi, che rispondono al naturale bisogno di aggregazione: inevitabilmente possono creare problemi sanitari e di sicurezza, che si trasformano in breve tempo in giustificazione per la popolazione locale a intervenire con metodi violenti: si specula facilmente sulla paura e la loro soppressione viene vissuta come meritoria, in quanto difensiva del sempre prioritario benessere umano. I metodi usati per liberarsi di loro si mischiano e si confondono con l’espressione di una violenza bruta, che va a punire il potenziale colpevole di qualche danno: si parla di sicurezza (e ben sappiamo quante malvagità, anche in contesti d'altra specie, vengano perpetrate in suo nome) e si procede ad eliminazioni di massa.

Inoltre ci  saranno cani,  vittime di incidenti stradali, che resteranno feriti ai bordi delle strade, sempre che qualcuno abbia il buon gusto di spostarli dal centro della carreggiata, e finiranno per rimanere lì a morire lentamente, nell'indifferenza generale. Tutti o quasi vagano, spesso  con evidenti infezioni, sempre smagriti, raggelati o riarsi a seconda della stagione: quando la fame è tale da indurli ad avvicinarsi a qualche umano, nonostante una annichilente diffidenza, della scelta dovranno spesso pentirsi: perché nessuna situazione naturale raggiunge mai l’efferatezza che l’uomo sa imprimere al proprio operato.

In interi paesi e vaste zone, comunità assuefatte a tutto questo sanno da tempo immemorabile che quelli sono esseri di serie zeta, senza diritti; incarnano l’immagine del nemico, quello che viene da fuori e che deve essere scacciato, perché certamente  pericoloso; su cui infierire, perché diventa inevitabilmente capro espiatorio di frustrazioni variegate; su cui non mobilitare forme di empatia. Si comincia con lo scacciarli a sassate e si finisce per esercitare contro di loro ogni perverso impulso sadico: il link è evidente. In questa ottica si inserisce la posizione degli abitanti di Sangineto, arroccati sulla difesa dei quattro ventenni, tanto aggressiva quanto inargomentata: vi si legge il desiderio difensivo di allontanare i riflettori. Ma la mancata reazione di sdegno, inutilmente sollecitata dagli intervistatori, parla anche di una reale incapacità a  indignarsi davanti a scene di violenza, anche inaudita, sugli animali: scene che non indignano per il motivo semplicissimo che non se ne coglie l’inaccettabilità, dal momento che sono  diffuse. Il confine tra scacciare impietosamente a sassate, magari azzoppandolo, un animale affamato, si sposta progressivamente e prenderlo a badilate non è un’evenienza lontana: i comportamenti  si situano su un continuum che è fonte di una crescente desensibilizzazione, favorita dal fatto che di tutto questo si è stati testimoni da sempre, da bambini: lo si è imparato e introiettato come comportamento normale, anzi doveroso, giusto, civile.

E’ lecito supporre che i quattro ventenni azioni analoghe le avessero già compiute, magari in una diversa composizione del gruppo, o avessero assistito a quelle messe in atto da altri, bravi maestri di una crudeltà, regolarmente seguita da una rassicurante impunità.  L’arroccamento difensivo della comunità intorno a loro è lì a sostenere l’ipotesi. Limitarsi a considerarli una minibanda di psicopatici, mostri ai confini della realtà da mettere alla gogna, è soluzione a portata di mano, ma ben poco esplicativa della realtà; di certo essi si sono dimostrati allievi zelanti alla scuola di una violenza diffusa e quanto hanno fatto ad Angelo  testimonia della loro incapacità di empatia, del sadismo che li ha indotti a provare piacere davanti alla sofferenza di una vittima indifesa, del machismo e del malinteso concetto di virilità che li anima, nella convinzione perversa che forza e  violenza sino concetti sovrapponibili (e il pensiero non può non correre alle dinamiche alla base dei tanti femminicidi), anziché antitetici.

Un evidentissimo innegabile link arricchisce il quadro argomentativo, se ci sforziamo, bypassando la nostra diffusa schizofrenia morale, di pensare secondo coerenti categorie di giudizio. Riguarda la caccia, ancora oggi considerata attività sportiva, e i suoi cultori, i cacciatori: anche loro sono persone che provano un’eccitazione sfrenata, come raccontano regolarmente in rete, nell’andare a inseguire e stanare animali a volte mitissimi, sempre  indifesi, tesi solo a cercare una via di fuga; mettono in campo una forza assolutamente  sproporzionata grazie all’uso di armi  devastanti; progettano come braccarli; procedono a ferirli e, nella migliore delle ipotesi, ad  ucciderli presto, ma spesso li lasciano ad agonizzare nelle trappole o sul terreno, senza neppure prendersi  la briga di andare a raccoglierli. Uccidono tanto, sembra non bastargli mai ed occorrono  norme di legge a limitare un istinto che, fosse per loro, si placherebbe solo con carneficine totali.  Usano richiami vivi;  mandano i loro cani nelle tane a stanare volpi che cercano di difendere se stesse e i loro cuccioli, che vengono invece sbranati e lacerati; costringono animali a fughe disperate che fanno scoppiare loro il cuore. Si divertono un mondo nel farlo, non si fermano davanti alla mitezza delle loro vittime, non si impietosiscono davanti ai loro perdenti tentativi di non farsi strappare la vita; si vantano molto e, come i quattro di Sangineto, mettono foto e filmati a ricordo e imperitura testimonianza delle loro gesta, foto e filmati in cui si mostrano orgogliosi di sé, soddisfatti e sorridenti davanti al cadavere di una vittima importante o alla strage di tante vittime più umili. Non riescono nemmeno a cogliere la vigliaccheria e il sadismo insiti nei loro comportamenti, anzi: orgogliosi nella  propria protervia,  si meravigliano delle proteste altrui: esattamente come i quattro di Sangineto. Allora, nel momento stesso in cui inorridiamo davanti a loro e chiediamo giustizia per la loro vittima, non possiamo che prendere atto che stiamo confrontandoci con quella che è la punta dell’iceberg: sotto la superficie c’è un inestricabile intreccio di altre analoghe nefandezze, inscindibili l’una dall’altra: perchè tutte le forme di violenza sono interrelate e non è possibile decifrare nessun fenomeno  isolandolo da tutti gli altri.

Per concludere, ricordiamo Angelo, la sua muta sofferenza che è un atto di accusa verso tutto quello che l’uomo è in grado di infliggere a chi è debole; ricordiamolo come un piccolo scodinzolante cane bianco, a propria insaputa metafora di ogni essere senza diritti, di ogni migrante senza patria, di ogni uomo senza identità.

Articolo pubblicato su www.l'indro.com

sabato 22 ottobre 2016

PRODOTTI ANIMALI NELLA PUBBLICITA’? SE LI RICONOSCI, MAGARI LI EVITI


   Ogni adulto, che sia in grado di pensare, che non sia  sottoposto a costrizioni, e che abbia libero accesso ai mezzi di informazione è di fatto responsabile delle proprie azioni. Anche l’essere o non essere vegani, quindi, non è categoria dell’essere, ma scelta libera e consapevole, somma di comportamenti che dovremmo controllare. Dovremmo, per l’appunto, ma troppo spesso non lo facciamo: perchè non fluttuiamo in uno spazio vuoto in assenza di gravità, ma siamo impastati nella cultura che ci plasma, ci intride e ci condiziona, attraverso meccanismi a cui tendiamo troppo spesso a  soggiacere passivamente, senza riconoscerli, lasciandoci cullare nell’inerzia dell’irresponsabilità. Cultura che tendiamo a scambiare per assoluto, ogni volta che siamo incapaci di coglierne la relatività.
Affiancare al termine cultura quello di  pubblicità può sembrare un azzardo, un ossimoro, ma,  al netto di snobismi, la sua influenza, forte di una presenza pervasiva e ossessiva, è enorme nel  modellare i costumi di quelli che ne sono gli utenti, cioè inevitabilmente tutti noi,  talvolta fruitori attenti e convinti, molto più spesso ascoltatori distratti, ma anche in questo caso inconsapevolmente permeabili ai messaggi.
Uno sguardo ai meccanismi di cui si serve è illuminante, fonte di molti elementi di riflessione e comprensione.  Prima di tutto,  un click sul telecomando ad una qualsiasi ora serale:  entriamo senza sforzo in medias res, davanti ad  una successione interminabile di input a mangiare animali, che però non sono riconoscibili come tali, ma trasformati in cose, prodotti di consumo e niente più.
A ruota libera:
Ti parlerò d’amore e sfoglierò una rosa : credere o meno, è da un grammofono del 1944, a voce della cosiddetta divina Wanda Osiris, che arriva la sollecitazione a consumare mortadella dal Consorzio di Bologna. Per  la cronaca, i versi successivi specificano sulla tua bocca ansiosa che non conosco ancor
Il primo amore non si scorda mai:   ricordi in agrodolce delle prime passioni giovanili, palpiti e carezze entrati nelle nostre memorie inossidabili ? No: trattasi invece di prosciutto cotto.
Quel prosciutto che, in altro spot,  un ragazzino in improbabile estasi gastronomica gusta arrotolato su un grissino, sotto lo sguardo paterno dell’affettatore, a cui è lui a ricordare in tono di affettuoso rimprovero che….Ma  papà! è Granbiscotto. Si, perché tutto sommato è molto meglio ribattezzare e dolcificare quegli enormi pezzi animali che pendono dal soffitto di una stanza adibita ad hoc: e un  biscotto può fare al caso. Il padre con tono rapito,  degno di un’ ode del Petrarca, fa sapere al  suo pargolo in età evolutiva che il  gusto è morbido e leggero: il tutto per conto  della Rovagnati.
Il tono si può fare ancora molto più leggero ed entrare nel registro della commedia all’italiana se si ingaggia uno come Christian De Sica che fa il tombeur de femmes dietro il suo bancone di prosciutti al ritmo di oh c’est si bon! Amstrong, ….tanto per non farci mancare nulla.
Nella sua estrema versatilità lo stesso De Sica (che nostalgia di Vittorio!) può facilmente convertirsi da testimonial della carne di maiale a quella bovina e riempire di scatolette l’interno del suo impermeabile, che apre dopo scarsa resistenza, portato via da due tutori dell’ordine: siamo tutti maniaci…della Simmenthal  dice nella sua veste di felice squilibrato in uno spot che più unconventional non si può, a favore di un brand che di tutto si può accusare tranne che di non avere uno spirito gioioso e informale.
L’approccio può mutare: ed essere democraticamente onnicomprensivo, inglobando senza tante sottigliezze qualsivoglia “prodotto”: è allora una coppia di mezza età  (per inciso talmente poco attraente da sollecitare la domanda su che presa possa mai avere, su chi siano quelli disposti ad una identificazione tanto malinconica) evidentemente rappresentativa del consumatore  medio, ad ammiccare a favore della Conad e di tutti i suoi alimenti con zoomate su brandelli di animale di qualsivoglia specie. Purchè italiane, beninteso, perché è questo quello che conta. Il commentatore, mentre con tono ispirato ricorda in  sottofondo che ci sono  persone oltre le cose (e in quest’ultima  categoria ha appena immesso le  cosce di bovino adulto) mostra sintomi di preoccupante confusione nel non riconoscere che,  oltre alle  persone, non ci sono solo cose, ma purtroppo anche  animali, quelli che lì, nel ruolo di vittime, sono costretti ad esserci grazie alla Conad e a tutti gli altri. Che neppure li vedono. Pubblicità speculare a quella cartacea de Il Gigante, che, quando ci sono Feste, quelle con la F maiuscola, propone bontà che, a fronte di un ananas, glorificano Coniglio disossato, l’Orata di Portovenere, il Cappone anche lui disossato, il Salmone preaffettato: 4 a 1, ma talvolta va persino peggio e il confronto tra esseri senzienti e non, può terminare con un sonoro cappotto.
C’è poi il tonno: e ancora una volta il tono diventa elegiaco e parla di qualità e…. tenersi  forti, rispetto !!!!! Presente la pesca del tonno????? E’ Asomar a  rassicurare  che i suoi sono solo tonni adulti perché l’azienda è, tenersi  forte un’altra volta, Friend of the Sea: In quanto tale, si sente autorizzata a sfidare sul piano dell’etica i suoi concorrenti, Nostromo & c, che si limitano a gioiosi tributi alla tenerezza, tra nonni bonari  e nipotini spensierati.  Altri tonni in altri spot sono salutati con un dispiacere che vorrebbe essere divertente perché sono sempre i migliori che se ne vanno.
Ancora: ecco la mamma che, proprio perché la mamma è sempre la mamma, non fa mai mancare la Simmenthal al suo pargolo riconoscente ; ed ecco quell’altra mamma  che non può mancare se c’è Aia perché Se c’è Aia c’è gioia, e se c’è mamma c’è bonbon Aia. Mamma, gioia e Aia: una nuova trinità, in verità  un po’ laica,  ma del resto non si può avere tutto.
Si può continuare con le  infinite famiglie felici che, grazie ad un pollo arrosto, un hamburger o delle cotolette in centro tavola, trovano il collante di valori di cui si era perso persino il ricordo: miracoli del galletto e del maialino.
Insomma, e in sintesi, la pubblicità di prodotti animali la fa da padrona negli spazi commerciali e, conseguentemente, nei nostri spazi mentali, che va ad invadere. E mentre sollecita a comprare e a consumare, attua un formidabile meccanismo di negazione della realtà: una realtà, quella degli allevamenti intensivi, dei mattatoi, della pesca, delle tonnare, che è di una violenza talmente estrema che non potrebbe neppure  essere immaginata se non fossero inchieste, documenti, filmati a mettercela davanti agli occhi in tutta la sua drammatica evidenza. Non è inutile rimarcare che questa realtà non viene minimizzata o  edulcorata o  giustificata: viene invece cancellata, negata, come se non esistesse. E’ il meccanismo difensivo che entra in gioco in situazioni estreme: si potevano forse minimizzare i campi di concentramento? L’unica via se non si vuole essere travolti dalle responsabilità è allora la negazione, meccanismo perverso  in cui, come dice Umberto Galimberti, risiede la prima radice,  la più profonda, dell’immoralità collettiva.” Perché induce ad ignorare le grandi ingiustizie ed impedisce la reazione che potrebbe avere luogo se venissero riconosciute. Ecco: nella pubblicità il meccanismo della negazione è totale: sono completamente negati gli animali dal cui sfruttamento e uccisione provengono tutti i prodotti reclamizzati: semplicemente viene negata la loro stessa esistenza a vantaggio della “cosa” alimentare in cui sono stati trasformati.
Non bastasse, si può sempre fare di più e ricorrere alla formazione reattiva, vale a dire mettersi al riparo da possibili contraccolpi emotivi, dovesse fuoriuscire qualche brandello di verità,   trasformando la realtà e facendola corrispondere, appunto reattivamente, al suo contrario:  laddove sangue, sofferenza, crudeltà, terrore, grida sono esplosive, il mondo viene ossessivamente descritto con   riferimenti a  gioia, tenerezza, rispetto, bontà, morbidezza. Meglio lasciare l’Ombra, il male, ben nascosto nel profondo, e abbagliare con fasci di luce la superficie.
Non sono certo un caso neppure l’uso e l’abuso dei bambini: siccome è sempre  meglio cominciare da piccoli,  bambini e bambine di ogni età ringraziano mamme dolci e sorridenti per avere loro messo nel piatto pasticci di carne, cosa per cui si sentono indistintamente, ma poderosamente in dovere di  filiale riconoscenza.
L’operazione pubblicitaria che coinvolge i destinatari più giovani si gioca sulla consapevolezza che il cibo contiene istanze simboliche di potente pregnanza, che trasmettono   messaggi suggestivi associando il cibo al mondo degli affetti: ne consegue che, a livello inconscio e profondo, andranno determinandosi sovrapposizioni e identificazioni tra le relazioni familiari più importanti e il cibo animale, operazione facilitata dal fatto che il cibo contiene in sé valenze profonde, perché va a solleticare  le prime relazioni familiari, il latte materno, la nutrizione come prendersi cura: è quindi depositario di forti  valenze simboliche.  
Dal  punto di vista  etico e del benessere psicologico, si tratta di un’operazione tanto furba quanto disonesta: va a innescare un meccanismo di  scissione tra due realtà che sono destinate a mantenersi  estranee l’una all’altra: il bambino continuerà a sorridere ai porcellini e a mangiarli, una volta sgozzati, senza avvertire  l’incongruenza. I genitori prima lo guarderanno con compiacimento  intenerirsi  giocoso e dopo gli serviranno in tavola il prosciutto, la carne, il tonno. Per quanto riguarda loro, la scissione ha avuto inizio da tempo immemorabile ed è ora perfettamente funzionante: non resta che favorirla  a vantaggio delle future generazioni.
Per inciso  la scissione è un meccanismo di difesa  psicologicamente grave, primitivo; è quello che consente di non integrare le caratteristiche dell’altro in immagini coese, e di assolutizzare  ora l’uno ora l’altro degli aspetti che vengono in contatto con la propria esperienza immediata e con le relative emozioni: così mi piace tanto il porcellino rosa , con quella sua aria tenera e ingenua, e lo mangio con grande gusto una volta scannato. “Ma cosa c’entra?!”  è in genere la risposta indispettita e  di certo non articolata,  che viene fornita a chi, basito, chiede come sia possibile una tale dissociata incongruenza.
Dissociazione che pare essere la cifra del mondo adulto rispetto all’infanzia: da una parte si commuove, si intenerisce e si diverte nel prendere atto dell’atteggiamento affettuoso e solidale dei bambini verso le bestie, e, senza soluzione di continuità,  li educa ad abitudini che  ripercorrono  e cronicizzano il quotidiano asservimento e sfruttamento perpetrato a loro danno.
La manipolazione della  suggestionabilità dei bambini è operazione fin troppo facile: essendo la loro facoltà di giudizio personale ancora tutta da costruire, essi  danno progressivamente forma alla realtà attraverso i messaggi che gli adulti mandano e la colorazione emotiva che  vi attribuiscono: una cosa è buona se è presentata come tale.  Quindi se i grandi  offrono cadaveri e sorridono, si vede che è giusto così. E non si tratta solo di dare il carattere di postulato al senso di un comportamento indecifrabile nella sua illogicità: succede di più, in quanto la sovrapposizione tra quel cibo e l’atmosfera familiare impedirà di tracciare confini : quelle sensazioni i bambini se le porteranno con sé diventando adulti e quegli stessi alimenti avranno il potere di evocare fondamentali relazioni affettive associate al suo consumo.
Insomma, come dice il poeta  Kiarostami, i bambini non sono bachi da seta che diventeranno farfalle: succede ahimè il contrario. O più prosasticamente, secondo altri, gli adulti non sono che bambini andati a male.
In sintesi quella che viene consumata a livello pubblicitario è un’operazione tanto subdola quanto  efficace: essa ha origine dalla ovvia consapevolezza che  davanti agli spettacoli insanguinati  e raccapriccianti che sottendono ogni  zampone, salsiccia o asettica scatoletta di carne almeno una fetta degli abituali consumatori finirebbe per astenersi dal mangiarne, se non per principi etici, almeno perché l’inevitabile automatico richiamo alla mente di tale realtà, una volta che le due immagini fossero associate,  per qualcuno risulterebbe insopportabile.
La pubblicità insomma offre i vestiti al Re: il grande inganno è sotto gli occhi di tutti, che vivono sereni perché vivere di allucinazioni fa tanto comodo. C’è chi però il Re lo sa vedere nudo, e non serve essere sciamani e mistici per alzare il velo: solo un po’ procacciaguai, come possiamo, forse vogliamo, di certo dobbiamo essere.

sabato 1 ottobre 2016

IL MIO CANE é VEGANO: FOLLIA o LOGICA STRINGENTE?




 
Il Corriere della Sera è sempre il Corriere della Sera: se l’inserto La Lettura, dedicato all’Animalità, coniugata in diverse forme e approcci, viene riproposto per un’intera settimana (4/11 settembre 2016), il tema è evidentemente di grande appeal, e l’impatto è forte: per la lettura che dà della realtà e per come con le sue tesi la  realtà è in grado di modellarla.

Dato atto della copresenza di articoli diversificati, quali quello più scientifico di Leonardo Caffo sull’addomesticazione, risulta quanto mai interessante capire quale sia l’ottica di osservazione di  uno degli interventi di prestigio: è fuori discussione che   Chiara Lalli, filosofa, saggista, giornalista, autrice dell’articolo titolato in forma di supplica, “Per favore lasciate che gli animali facciano gli animali”, sia indispettita nei confronti dell’atteggiamento almeno di parte degli umani nei confronti di almeno di parte degli animali: nello specifico di quegli umani troppo coinvolti nella cura di alcuni non umani. La sua cultura  è tale per cui non si può certo ipotizzare che parli senza cognizione di causa: ma di certo esprime  una posizione smaccatamente di parte, che si limita a sfiorare l’enorme questione animale riferendosi a pochi episodi connotati da stupidità trattandoli da  indicatori di una sorta di deriva morale. Nel suo articolo, tanto per capirci, cita e ricita il circo, non per stigmatizzare l’ignominia della prigionia e dell’asservimento di animali nati liberi per essere liberi, ma solo per ricordare che alcuni di loro, nello specifico uno struzzo e un ippopotamo, una volta “salvati” da quel contesto,  sono poi stati investiti e uccisi e si pone  conseguentemente la domanda, che vorrebbe essere retorica, se possa essere considerato immorale usare gli animali nei circhi a fronte della perfetta ammissibilità del loro uso quali pet: immoralità di cui lei non pare scorgere traccia. Non si può controbattere alle argomentazioni della Lalli in poche righe, perché è tutta la questione animale a gridare vendetta davanti alla sua riduzione al ridicolo (ridicolo “consumato fino a farlo scomparire”, nelle parole che lei stessa usa) in nome di alcuni comportamenti da sfaccendati, smaccatamente ricchi e annoiati, i quali fanno clonare il proprio pet a suon di migliaia di dollari o acquistano accessori che neppure Dolce & Gabbana nei momenti di loro massimo splendore potrebbero ideare. Nelle sue parole non manca un pensiero reverente anche alla sperimentazione, in mancanza della quale, ammonisce, si farebbe un danno anche agli animali stessi a causa del mancato progresso della scienza veterinaria: preoccupazione di chiaro stampo altruista che pare non scorgere, come epicentro della vivisezione,   la sperimentazione di qualsivoglia ennesimo nuovo farmaco ad uso squisitamente umano, che si serve nella quotidianità di esperimenti , fonte di indicibile sofferenza , e spesso esitano in  una morte che finisce per essere unica via di salvezza all’orrore .

Insomma, un articolo che trasuda parzialità da ogni riga, ma che ha il grande pregio di gettare un fascio di luce su un’argomentazione, tra le tante, degna di essere ripresa, perché tangente ad una questione aperta, anche se la giornalista la connota in modo ancora una volta a mio avviso più che discutibile.

Afferma, infatti,  inorridendo,  che esistono persino “padroni” vegani che estendono il loro veganesimo ai propri cani: gli aggettivi con cui definisce  la “bizzarria” fanno riferimento alla mitomania e  al pensiero magico: in altri termini, follia allo stato puro, perché, dice lei, “i cani sono carnivori” e perché non hanno morale: dal che conseguirebbe che non sia lecito applicare comportamenti morali ad azioni che li vedono protagonisti.

Ora, è assolutamente necessario premettere che i cani, in base ad un approccio scientifico e non  ideologico, sono in realtà onnivori, esattamente come noi umani ( sono i gatti a necessitare di una aggiunta di taurina nel caso di una dieta vegana: in questo contesto non verranno presi in considerazione): di conseguenza l’alimentazione carnea per i cani è possibile, ma non è necessaria. A questo proposito, Chiara Lalli , mentre accusa di bizzarrie il  mondo animalista, di fatto finisce per ammantarlo di una coerenza che francamente non è così meritata. La situazione è questa:  vivono nelle nostre case circa 7 milioni di cani e, tra i loro compagni umani,  sono molti quelli che si definiscono genericamente come amanti di tutti gli animali e che, proprio  in quanto tali, con una abnegazione ammirevole, magari arrivano a mettere energie, tempo, denaro al servizio del benessere e della salvaguardia di esseri, che sono vittime di  abbandoni, maltrattamenti o ingiurie di ogni tipo:  sostengono a prezzo di grandi sacrifici  un atteggiamento altruista,  nella convinzione che bisogna prendersene cura, proteggerli, difenderli in prima persona. Persone che adottano animali anziani, malati, feriti; altre che addirittura si limitano a provvedere al loro nutrimento, per strada, astenendosi dall’adottarli  e rinunciano così implicitamente anche a quel ritorno di affettività che la convivenza e la vicinanza protratta generano: atteggiamento di enorme generosità, connotato affettivamente ed emotivamente.  

Ecco: proprio qui, dove Chiara Lalli rimarca eccentricità e capricci, va invece in onda una dinamica che vale la pena non di giudicare, ma di decodificare, e si va  nella direzione contraria a quella indicata dalla giornalista. Perchè in assenza di  statistiche ufficiali, quelle caserecce, derivanti da conoscenze dirette e indirette, indicano invece che anche coloro che dedicano la propria vita alla difesa degli animali, i loro pet li nutrono in genere con altri animali.

Questo si che è bizzarro: perché se le scelte alimentari vegane sono frutto di un approccio alla realtà etico, che non permette di considerarsi autorizzati a sfruttare la vita di altri esseri senzienti per il proprio gusto,  per il proprio piacere, per le proprie preferenze, se l’antispecismo è convinzione che gli animali sono soggetti di una vita, non sono al nostro servizio, vanno rispettati, allora la bizzarria sta proprio nel sospendere i correlati pratici di queste convinzioni quando si tratta del proprio cane. Le argomentazioni diventano  incredibilmente poco elaborate: ne ha bisogno, non posso decidere per lui, gli piace di più. Argomentazioni che, quando riferite alla specie umana, sono fonte di reazioni inorridite nelle stesse persone, che sanno bene che i prodotti di origine animale non sono indispensabili, non lo sono per gli umani esattamente come non lo sono per i cani; che una giustificazione riferita al gusto è inammissibile e oscena, se pagata con  l’orrore delle morti atroci di tanti altri animali di diversa specie;  che decidono inevitabilmente per il proprio animale quando stabiliscono dove farlo dormire, quando e dove portarlo a fare una passeggiata, se e dove andare in  vacanza con lui ed ogni altra cosa, perché è del tutto evidente che i nostri pet non possono che adeguarsi, almeno in grande misura, alle nostre di abitudini, necessità, preferenze: né più né meno di come devono fare i bambini quando sono molto piccoli.

Così gli stessi  vegani che al supermercato sospirano tra l’indispettito e il rassegnato nel rimettere al suo posto il prodotto in cui è stata avvistata una  percentuale dello zero virgola di uova o formaggio, poi a Lapo, Pedro e Rex comperano scatolette di vitello, manzo, agnello, struzzo o maiale. Ma che succede mai? Davanti all’acquisto del proprio cibo sono perfettamente consapevoli che i parametri di normalità, naturalezza  e necessità (secondo l’efficace terminologia di Melanie Joy)  attribuiti all’alimentazione di origine animale sono dei falsi, utili  a connotare di obbligatorietà quella che in realtà è una  scelta. Davanti al cibo per il proprio cane, la carne di tacchino, salmone, anatra o cavallo viene assoggettata ad un meccanismo di rimozione per cui non sembra conservare più alcun legame con il corpo dell’animale ammazzato per essere trasformato in cibo. La cosa viene vissuta come inevitabile, con un dislocamento delle responsabilità all’animale stesso quasi la propria scelta derivasse dalla necessità di assecondare il suo stato di natura: come se i nostri cani, lasciati nella condizione di randagismo, mangiassero abitualmente salmone e maiale. Gli scaffali dei negozi per animali rigurgitano di questi “prodotti”, di questi animali trasformati in cibo per i nostri animali: di conseguenza il concetto di normalità non ha alcuna difficoltà ad affermarsi, viene sdoganato in virtù della sua stessa diffusione, esattamente come non si sta a riflettere davanti al salame, al  tonno, al latte, ai formaggi per noi umani: tutto normale.

A volte la realtà si colora: ci sono “animalisti” che   ordinano pizze divise in due: una metà rigorosamente marinara, tanto familiare a tutti i vegani ormai programmati al punto da non dare più neppure uno sguardo al menù prima di scegliere, e l’altra metà arricchita di wuster o prosciutto per il peloso che la ama così tanto, quasi che  il maiale abbia sofferto minore ingiustizia con  la propria macellazione per il fatto di essere destinato ad altro quadrupede: questo sì che, forse, è un pensiero magico.

Ma per gli inguaribile miscredenti che alla magia si ostinano a non credere, c’è la  psicologia sociale a venire in soccorso,  e a offrire un appiglio esplicativo con il concetto di dissonanza cognitiva, di quel meccanismo, cioè, (Leon Festinger; 1957),  di complessa dinamica mentale in cui credenze, nozioni, opinioni si trovano a contrastare funzionalmente in uno stesso soggetto, in cui coesistono pensieri antitetici; le rappresentazioni di due diverse situazioni non sono coerenti, ma anzi contrapposte, e, in quanto tali, potenziale fonte di  disagio psicologico. In altri termini, si è portatori di una convinzione e contestualmente i propri atti ne sostengono una inconciliabile, al punto tale da potere originare una forma di disagio, da cui sarebbe un sollievo potere  uscire. Ma quali sono le strade per riuscire a ripristinare una tranquillizzante coerenza? Quella più ovvia sarebbe quella di astenersi da comportamenti che confliggono con le proprie convinzioni, nello specifico di non comperare  i prodotti della uccisione degli animali, se la si stigmatizza come immorale . Evidentemente è più facile a dirsi che a farsi, dal momento che non risulta questa la strada più battuta: risulta più comune una diversa strategia, quella di modificare invece il proprio mondo cognitivo e interpretare le stesse informazioni in modi radicalmente diversi in momenti diversi, al servizio di una diversa visione del mondo. Nello specifico le persone si trovano a dover fronteggiare, davanti agli altri ma soprattutto davanti a se stessi, una innegabile incoerenza: convinto come sono che gli animali sono soggetti di diritto e il diritto di farli uccidere per nutrire, pur se non me, il mio cane,  non ce l’ho, agisco sulle mie convinzioni, modificando la realtà: non esiste scelta perché ci si trova davanti ad una necessità (i cani devono mangiare carne, con excursus, a seguire, sui  canini affilati che dimostrerebbero inequivocabilmente l’uso per cui esistono, quello di strappare brandelli di carne) che, come tale, mi esonera da responsabilità:  questo diventa il modo per superare il disagio; dimenticando che si tratta della stessa affermazione  potentemente osteggiata in altri contesti. Anche le altre convinzioni o assurgono a dogma (non posso scegliere per lui) e in questo caso è la negazione a venire in soccorso con l’esclusione della realtà che  sempre invece induce a scegliere per lui;  o vengono caricate di valenze (“gli piace di più”) ammantate di quella tenerezza che trasforma il proprio cane in un campione di egocentrismo: per procura, perché ancora una volta siamo noi a centralizzare la nostra posizione.

Se questi meccanismi sono sufficienti o meno a placare il disagio che la dissonanza cognitiva genera, sta ad ognuno verificarlo: di certo a quanto pare risulta per molti più facile cambiare atteggiamento mentale, con il ricorso a strategie difensive (per altro tanto rodate in temi di relazioni interspecifiche) , che non il comportamento, anche perché quando il disagio viene percepito, l’azione è già stata messa in atto e giustificarla è allora la strada più agevole.

Forse i nostri cani trarrebbero grande vantaggio se, oltre ad anziché appigliarci a meccanismi tanto costosi in termini di logorio di energie mentali, ci limitassimo a immettere nel nostro hard disk banali informazioni sui reali contenuti di quelle scatolette che giudichiamo irrinunciabili, che sono spesso concentrati dei peggiori scarti: si potrebbero buttare all’aria tante convinzioni sul benessere che ne deriva. L’argomento porta lontano. Sufficiente per ora riflettere sulla complessità delle dinamiche che ci guidano ogni giorno, e anche su come le convinzioni di base inducano a tacciare di fanatismo ciò che, da un’altra ottica, ha invece i connotati di un approccio doverosamente coerente.

giovedì 15 settembre 2016

I CANI: NELLA BUONA E NELLA CATTIVA SORTE




Non è un caso che tanto di loro si sia parlato e siano apparsi in struggenti fotografie: a fronte di tutti gli altri animali coinvolti, che, ad eccezione dei gatti, sono stati riuniti nell’unica distorta espressione di “animali da allevamento” e valutati esclusivamente in termini di danno economico per i “proprietari”, loro appartengono alla specie  tra le più amate in assoluto nel mondo occidentale e di conseguenza siamo pronti ad accoglierli nel nostro paradiso di santi e di eroi e nel nostro inferno di dolore.

sabato 3 settembre 2016

SAGRE SULLA PELLE DEGLI ANIMALI, USATI E MANGIATI




  

Quando  si parla di tutela degli animali, il riferimento principale è alla legge 189 del 2004, (che in verità, come sancisce il Titolo IX-BIS, dichiaratamente tutela non loro, ma il sentimento degli uomini nei loro confronti) : questa, dopo avere analiticamente descritto le sanzioni previste per il vasto repertorio di maltrattamenti, sevizie, strazi, uccisioni a cui gli uomini tanto spesso li sottopongono, all’art. 3 chiarisce che gli stessi comportamenti non sono sanzionabili quando hanno luogo in riferimento a caccia, pesca, allevamento, trasporto, macellazione, sperimentazione scientifica, attività circense, zoo, manifestazioni storiche e culturali.

La vastità di deroghe al divieto di tormentare gli animali si risolve di fatto in una loro tutela assolutamente parziale e non è da sottovalutarne un aspetto conseguente, relativo al  fatto che le autorizzazioni ai maltrattamenti concesse dalla legge determinano inevitabili effetti anche nel costume: perchè sanciscono quello che, essendo legale, è non solo permesso, ma anche connotato con parametri di giustizia, secondo una spesso automatica sovrapposizione dei concetti di giustizia e legalità.

venerdì 26 agosto 2016

TUTTO QUESTO DOLORE: gli animali nella vivisezione

  

"La barbarie più inumana”, “La più grave questione dell’umanità”: così definisce la vivisezione, nella seconda metà del 1800, Richard  Wagner nella sua “Lettera aperta al signor Ernst von Weber”. Oltre un secolo e mezzo più tardi le stesse definizioni conservano tutto il loro senso e la loro pregnanza; da allora le cose sono cambiate solo dal punto di vista formale, in sintonia con lo spirito della civiltà occidentale che, in merito ai delitti contro gli animali, e non solo,  ha messo in atto una enorme azione di occultamento e di allontanamento dalla vista e dalle coscienze, rimuovendo tutto quanto può turbare la sensibilità umana, metro e misura del lecito e dell’illecito.  Lontani sono infatti i tempi in cui la vivisezione veniva addirittura praticata alla luce del sole: si  era nella Londra della seconda metà dl 1600 e la Royal Society poteva agire, forte degli enunciati di Cartesio  che,  identificando l’essenza degli  animali nel loro essere macchine e automi,  avevano  dato licenza di infliggere loro i peggiori tormenti. A testimonianza che qualunque pratica necessita di un contenitore di pensiero che la giustifichi e la renda possibile. Allora i terribili esperimenti erano resi  pubblici  e le relative illustrazioni venivano poste accanto a quelle di decorazioni delicate e  gentili, ad asserire anche graficamente non esservi alcun contrasto tra immagini di sangue e di indicibile crudeltà sugli animali e deliziosi ornamenti:  l’autorità di chi li proponeva ne sdoganava serenamente la  compatibilità.

venerdì 22 luglio 2016

JUMA IL GIAGUARO




    “Alcuni militari brasiliani hanno dovuto abbattere un giaguaro, fuggito dopo essere stato esibito al passaggio della torcia olimpica a Manaus, capitale dello Stato delle Amazonas. "Durante il passaggio da una gabbia all'altra nello zoo dell'esercito, il giaguaro è scappato. E' stato inseguito e gli sono stati sparati tranquillanti con una saracena, ma malgrado quattro dosi, si è precipitato su un veterinario e l'abbiamo dovuto sacrificare", ha spiegato il colonnello Luiz Gustavo Evelyn del Centro d'istruzione di guerra nella giungla (Gigs) di Manaus. Il giaguaro, considerato il simbolo dell'Amazzonia, è il più grande felino delle Americhe in via d'estinzione. Quello scelto per accompagnare il passaggio della torcia olimpica si chiamava Juma e viveva in cattività con altri animali salvati dalle mani dei bracconieri”. (21.06.2016 Repubblica)
Questa volta è Juma, splendido giaguaro, che ci prova a sottarsi alla prigionia e, come farebbe qualunque carcerato che soffra l’ingiustizia di una carcerazione senza colpa, approfitta di un insopportabile spostamento da una gabbia all’altra per cercare la libertà: niente da fare. Inseguito e chissà quanto terrorizzato, dicono si sia precipitato su un veterinario, ragion per cui  lo abbiamo dovuto sacrificare. Eccoci di nuovo: questa volta siamo a Manaus, Brasile,  ed è tempo di Olimpiadi; veniamo  a sapere che qui l’esercito ha un suo zoo, dove animali, nati liberi per essere liberi, vengono tenuti prigionieri e mai lasciati in pace, perché sono esibiti nelle manifestazioni pubbliche, al passaggio di torce olimpiche, quindi  alla presenza di folle di umani con i quali non possono avere nulla da spartire, se non un insopprimibile desiderio di andarsene lontano. E il veterinario che ci faceva lì? Lui, che gli animali li dovrebbe conoscere, magari qualche dritta sul fatto che proprio non era il posto giusto per portarci  il più grande felino delle Americhe in via di estinzione avrebbe potuto darla.